martedì, 24 Novembre, 2020
Editoriale

Un Paese che vuole riscoprirsi e reinventarsi

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La scorsa settimana un membro del Comitato Esecutivo del Salone della Giustizia, giornalista solida per esperienza e dotata di quel raro intuito che non s’impara (la statura professionale di Anna La Rosa sfugge solo ai distratti o ai “negazionisti”), mi ha chiamato ad assistervi.

Il suo invito è stato benvenuto sia per l’anno sabbatico in corso conquistato dopo più di trent’anni di gratificante ma impegnativo lavoro sia per una certa conoscenza delle materie oggetto di dibattito, stante la Laurea in Giurisprudenza all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Mi sono quindi predisposta ad un ripasso ed approfondimento aggiornato della struttura e del funzionamento dell’ordinamento giuridico nel nostro Paese

Il Salone della Giustizia, nato nel 2009 sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica nella sua undicesima edizione ha scattato la nitida fotografia di un’Italia che vuole riscoprirsi e reinventarsi as soon as possible.

Molti dunque i momenti di confronto; vediamone alcuni più nel dettaglio.

La spesa destinata alla giustizia deve essere considerata un investimento che dunque garantisce un ritorno in termini economici, non un costo. Il ranking molto basso a livello internazionale di classificazione dell’Italia con riguardo al funzionamento della giustizia disincentiva gli investitori che non hanno fiducia nei Tribunali italiani, in particolare nei tempi troppo lunghi di trattazione in caso di insorgenza di litigations. Le verifiche effettuate anche in confronto con altri Stati evidenziano che all’apparato non mancano gli strumenti informatici bensì che gli stessi vengono utilizzati in modo obsoleto. Uno degli interventi più urgenti da attuare consiste nella digitalizzazione dell’attività delle Cancellerie il cui mancato corso vanifica gli sforzi di magistrati e avvocati nella accelerazione dei tempi processuali e frusta le legittime attese delle parti e dei clienti. L’età media del personale amministrativo dei Tribunali risulta molto elevata ed è pertanto opportuno assumere giovani, incentivare la formazione per l’utilizzo dei computer, completare i processi di digitalizzazione in ambito civile; in ambito penale sussistono ancora ostacoli in parte non superabili, quali la necessità del contradditorio in presenza.

Sono intervenuti la professoressa Paola Severino (già Ministro della Giustizia del Governo Monti, Rettore e Vice Presidente dell’Università LUISS Guido Carli), i rappresentanti della Cassa Forense, dell’Unione delle Camere Penali Italiane e di Fastweb, il Direttore di Il Messaggero.

Il professor Giovanni Maria Flick (già Ministro di Grazia e Giustizia del Governo Prodi, rappresentante italiano nella Commissione europea per i diritti umani del Governo D’Alema,  Presidente della Corte Costituzionale), ha suggestivamente illustrato l’impossibilità di addivenire ad una giustizia robotica perché non può infatti non considerare tutti i legittimi interessi come degni di tutela ma deve valutarne il peso soppesando tutte le implicazioni dirette ed indirette e questo la giustizia robotica non sarebbe in grado di fare. Inoltre, nello scenario attuale, la prassi dei DPCM, che ha cristallizzato le decisioni assunte d’urgenza dalla politica, ha ridotto la legge ad un semplice atto amministrativo svilendo il ruolo primario del potere legislativo e aprendone la lotta di successione tra due contendenti, il potere esecutivo e il potere giurisdizionale. In questo mutato contesto è ora più che mai necessario che i giudici si facciano parte attiva e garanti dell’equità sul modello degli ordinamenti di Common Law.

Nel silenzio attento dell’auditorio si è svolto il coinvolgente face to face tra Anna La Rosa e il Procuratore Capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, il cui attuale impegno è principalmente rivolto al noto maxi processo in corso di avvio. Il magistrato ci racconta occuparsi di ‘ndrangheta, organizzazione criminale originaria della Calabria, così chiamata dal 1920 e presente in tutti i paesi del mondo. La sua natura è di origini rurali, pastori e picciotti che venivano usati dai latifondisti; picciotteria era infatti il suo primo nome. Particolarmente sviluppata in Calabria, ha sempre tenuto un “profilo basso” a differenza di altre organizzazioni criminali, quali ad esempio la mafia anche se   ad essa è riconducibile l’80% del traffico di importazione in Europa di cocaina. La concentrazione della produzione di droghe in Colombia, Bolivia e Perù –la marjuana cresce invece ovunque– farebbe auspicare interventi più forti da parte dell’ONU quali la destinazione di incentivi economici alle popolazioni locali per sviluppare diverse coltivazioni. Tali iniziative potrebbero addirittura azzerarne la diffusione, ampia anche in Italia e in città importanti come Milano.

L’uscita dalle carceri di circa 8.000 detenuti, non ancora rientrati, a seguito del diffondersi della pandemia e delle rivolte nelle carceri, ha vanificato il lavoro di molti magistrati. Anna la Rosa osserva che le sommosse alle quali si riferisce sono peraltro scoppiate simultaneamente in diversi istituti di correzione; sul punto il dottor Nicola Gratteri chiarisce che le comunicazioni tra detenuti sono facilitate dall’utilizzo dei telefonini, strumenti che sarebbe opportuno non fossero più disponibili ai carcerati come anche discusso nel corso di una riunione a tema tenutasi solo un mese prima delle ricordate rivolte. Certo è che, in tale contesto, i magistrati italiani sono chiamati a lavorare più di quelli europei, senza limiti di tempo e di orario anche se, essendo uomini, tra essi ce ne sono alcuni che sbagliano e si fanno corrompere principalmente per ingordigia. “Quanti sbagliano?” chiede implacabile la giornalista Anna; qualche centinaio è la risposta (meno del 10%). Una delle domande di Anna dà voce al pensiero di tutti i presenti e la risposta arriva subito, semplice e diretta. Si, anche il dottor Nicola Gratteri ha paura; quando l’avverte sente una sensazione di amaro in bocca, nonostante pare non abbia smesso di guidare da solo la macchina, pur accompagnato da due scorte. Guidare l’aiuta a pensare (o forse il pensiero è quello di non mettere troppo in pericolo la vita di altri esseri umani).

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