venerdì, 23 Ottobre, 2020
Parco&Lucro

Cambiamenti climatici e finanza. Un inaspettato ma importante fattore di possibile diversificazione

Sponsor

Nell’opinione pubblica italiana ed internazionale sono molteplici le posizioni rispetto al sempre più stringente tema del contrasto ai cambiamenti climatici: si va dai negazionisti, che con i loro dati a supporto sostengono che il clima è sempre e continuamente mutato nel corso dei secoli (e millenni), ai sostenitori della necessità di un cambiamento di strategia del mondo intero rispetto ad atteggiamenti che potrebbero portare ad una catastrofe non troppo lontana ed “annunciata”.

In questa sede non scenderemo nel dettaglio dell’una o dell’altra posizione; semplicemente analizzeremo questa nuova (ormai non troppo) asset class come possibile fattore di diversificazione del portafoglio. Possibile, in quanto solo un’attenta analisi del proprio profilo di rischio, e della sostenibilità per ogni singolo investitore dei fattori di rischio/rendimento delle soluzioni d’investimento prese in considerazione, caso per caso, possono portare a scelte consapevoli.

Qualche giorno fa la Von der Layen, ha annunciato che il 37% del Recovery Fund sarà destinato alla lotta al cambiamento climatico, ed ha poi snocciolato alcuni dati da non sottovalutare al riguardo: le emissioni dell’Unione europea «sono calate del 25% dal 1990 a oggi» mentre «la nostra economia è cresciuta del 60%» sempre nello stesso periodo. La presidente ritiene che «Ci stiamo già avviando verso un’economia circolare con emissioni carboniche neutre», ed annuncia che il 37% dei fondi del piano Next Generation EU verrà utilizzato nell’attuazione del Green Deal. Ha anche sottolineato il primato mondiale Ue per emissione di bond “verdi” e ha annunciato l’obiettivo di «reperire il 30% dei 750 miliardi (del Recovery Fund, ndr) grazie ai green bond. Questa situazione di emergenza globale ha evidenziato quanto questo sia il momento migliore per investire nell’industria tecnologica europea. Se ne dice certa Von der Leyen mentre annuncia che il 20% dei fondi del Next Generation Eu (il Recovery Fund) sarà allocato proprio sul digitale. La presidente ha annunciato la creazione di un «cloud europeo» per la conservazione dei dati, «nel quadro di GaiaX», spiegando di puntare sullo «sviluppo di 5G, 6G e fibra di vetro», per raggiungere la «sovranità digitale dell’Europa» e stabilire «un’identità digitale europea sicura».  

Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno in cui politici, imprese ed investitori avrebbero dovuto impegnare tutte le loro energie  (e risorse) nella lotta ai cambiamenti climatici. E invece è stato l’anno del Corovirus, che da una parte ha drasticamente ridotto per diversi mesi l’emissione di gas inquinanti e, dall’altra, ha momentaneamente rallentato le politiche attuative sul climate change.

L’epidemia di COVID-19 potrebbe accelerare, compromettere gravemente o non avere alcun impatto significativo sul cambiamento climatico. Da un lato, una risposta debole da parte dei vari soggetti interessati, sia pubblici che privati, potrebbe minacciare la capacità di rispettare l’accordo di Parigi, e rinviare il problema o peggiorarlo. D’altro canto, la pandemia potrebbe rappresentare un’opportunità d’oro per promuovere i processi di decarbonizzazione e di transizione verso modelli e politiche aziendali più sostenibili.

L’IPCC, un importante gruppo internazionale del quale fanno parte 195 tra i principali scienziati mondiali del clima ha studiato attentamente il cambiamento climatico fin dal 1988, pubblicando una serie continua di relazioni peer-reviewed. Il più recente report esaustivo è stato pubblicato alla fine del 2018, dopo aver richiesto due anni per essere completato, e ha confermato che il riscaldamento globale stava avanzando molto più rapidamente di quanto suggerito dalla modellizzazione precedente.

Si affermava inoltre che nell’ultimo decennio erano stati battuti tutti i record per il volume di violente tempeste, inondazioni, siccità, incendi di foreste e scioglimento di mari ghiacciati. Il report avvertiva inoltre che gli aumenti della temperatura media globale mascheravano un riscaldamento molto maggiore in determinate regioni, in particolare l’Artico e l’Antartico, dove lo scioglimento di ghiacciai e acque ghiacciate dovrebbe avere un impatto disastroso sul rialzo di livello del mare.

Un altro elemento importante è stata la contrazione dell’obiettivo desiderato di un riscaldamento non superiore a 2° Celsius concordato nello storico summit di Parigi del 2015, ridotto a un obiettivo più rigido superiore di 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali. Secondo un grave avvertimento del report, inoltre, in base alle traiettorie delle emissioni attuali i “budget di carbonio” necessari per mantenere il riscaldamento a tale livello massimo si potrebbero esaurire in soli 11 anni. 

2 milioni di rifugiati cimatici nel 2018: un recente report della World Meteorological Organization (WMO) sottolinea l’impatto umano di un cambiamento climatico, riscontrando che nel solo 2018 circa 62 milioni di persone hanno risentito direttamente dei suoi effetti.

 Le tendenze degli ultimi anni inoltre sono state particolarmente preoccupanti; dopo due anni consecutivi di calo, le emissioni globali di CO2 sono aumentate sia nel 2017 che nel 2018. Nel 2018 le emissioni sono aumentate dell’1,77%, con un rialzo superiore del 70% rispetto ai valori medi dell’ultimo decennio. 

Le principali motivazioni che sostengono gli investitori che si accostano a questo settore, sono:

  1. Reagire a una ristrutturazione economica e industriale globale

La maggior parte dei climatologi ritiene che, a parità di tutti gli altri elementi, attualmente siamo sulla strada per un aumento di 3–4°C, decisamente superiore all’obiettivo di 2°C dell’Accordo di Parigi e di quello successivo di 1,5°C dell’IPCC. Anche con i drastici miglioramenti che saranno necessari per realizzare gli obiettivi internazionali stabiliti per il clima, non vi son garanzie di successo.

La riduzione delle emissioni di gas serra a livelli raccomandati richiederà un drastico azzeramento dell’intera catena di valore dell’energia e carburanti a bassa emissione di carbonio. I suoi effetti non si limiteranno a settori a forte impatto quali carbone, oil and gas, miniere, servizi pubblici e attività manifatturiere; ne risentiranno le dinamiche concorrenziali di quasi tutte le industrie e le attività. La profondità del cambiamento e i mezzi necessari per realizzarlo saranno trasformativi nel vero senso della parola.

  1. Le società che appaiono pronte per beneficiare di questa ristrutturazione generale dell’energia si possono raggruppare in due ampie categorie: i fornitori di soluzioni e le società transizionali e resilienti.
  • Fornitori di soluzioni: società fornitrici di prodotti e servizi che riducono direttamente o indirettamente le emissioni globali, migliorando l’efficienza delle risorse e/o proteggono dalle conseguenze fisiche del cambiamento climatico. Tra queste società si trovano ad esempio i fabbricanti di catodi per batterie EV, gli sviluppatori di illuminazione a basso consumo di energia, i fabbricanti di contatori smart, gli sviluppatori/operatori di parchi eolici offshore e i produttori di turbine eoliche. 
  • Società transizionali e resilienti: società che hanno 1) necessità iniziali relativamente basse di carbonio e di risorse, quali le società farmaceutiche, oppure 2) società con emissioni notevoli o forti necessità di risorse che stanno compiendo progressi all’avanguardia nel settore per la loro riduzione. A queste appartengono società operanti in settori tradizionalmente ad alte emissioni che stanno provvedendo alla loro riduzione oltre che a limitare l’uso di risorse più rapidamente dei concorrenti nell’industria, ad esempio società di spedizioni e logistica o trust d’investimento immobiliare (REIT) in centri commerciali.
  1. L’attenzione al socialmente responsabile non sembra attenuare i potenziali rendimenti, anzi.

Per molti anni ha prevalso una “saggezza” in materia di investimenti secondo la quale qualsiasi considerazione dei fattori ESG (ambientali, sociali e di governance) era irrilevante o effettivamente dannosa per la performance finanziaria. Più recentemente, tuttavia, vari studi empirici sulla performance a opera di accademici e operatori che precedentemente erano scettici hanno portato sempre più a un capovolgimento di questa saggezza. 

Inoltre, un grande studio che copriva più di 200 studi specifici effettuati dall’Università di Oxford fornisce un numero ancora maggiore di prove dell’impatto dei fattori ESG sulla performance finanziaria. Tra i risultati principali: l’80% degli studi ha dimostrato come una performance ambientale di qualità superiore delle società generasse una performance migliore del prezzo delle azioni, e l’88% ha illustrato che forti pratiche conformi ai criteri ESG portavano a una performance operativa migliore, misurata con indicatori contabili convenzionali. 

  1. Diversi tipi di rischio climatico per gli investitori
    Il cambiamento climatico sta creando almeno quattro tipi di rischio per le società e per i loro investitori. Una comprensione di questi rischi aiuta a stabilire l’efficacia con cui le singole società li stiano affrontando, migliorando così le proprie possibilità di successo nel lungo periodo:
  • Rischio fisico: gli eventi provocati dal clima, ad esempio violente tempeste, inondazioni e siccità hanno già sconvolto importanti catene di fornitura internazionali. Uno dei primi esempi è stato l’impatto negativo su società produttrici di semiconduttori delle inondazioni in Tailandia nel 2011. Una delle minacce fisiche più serie e pervasive riconducibili al cambiamento climatico è l’innalzamento del livello del mare. 
  • Rischio normativo, politico e fiscale: una serie crescente di regolamenti nazionali, regionali e locali sempre più rigidi (ad esempio controlli più stretti sulle emissioni, standard di efficienza energetica per gli edifici e di efficienza dei carburanti per le auto) sta influendo sulle società da Stoccolma a Singapore, e con il passare del tempo non potrà che diventare più esigente. 
  • Rischio legato alla transizione e alla concorrenza: il cambiamento climatico sta già iniziando a riformulare le regole del vantaggio rispetto alla concorrenza in svariate industrie chiave. Nel settore auto, ad esempio, le società che non hanno una forte presenza nel mercato delle vetture elettriche/a basse emissioni saranno sempre più svantaggiate. 
  1. Rischio di reputazione: Considerando la transizione in atto e a lungo termine verso un’economia globale a basse emissioni di carbonio, le società viste come “parte del problema” dovranno far fronte a un danno sempre più serio per la loro reputazione dovuto a nuovi stakeholder attivisti. 
  1. Affrontare gli imperativi ambientali e sociali.

Verso la fine del 2018, le attività umane immettevano ogni anno nell’atmosfera più di 37 miliardi di tonnellate di equivalenti di diossido di carbonio. Tra gli impatti nocivi ambientali e sociali che il cambiamento climatico sta già iniziando a generare, si possono citare:

  • Maggiore frequenza e intensità di eventi meteorologici estremi, quali uragani, tornado, siccità, incendi, ondate di caldo e inondazioni.
  • Innalzamento del livello del mare e aumento delle inondazioni costiere.
  • Migrazione di persone, animali, piante e delle loro malattie verso nuovi territori più favorevoli a causa delle temperature più elevate.

È anche importante ricordare che gli impatti nocivi ambientali, economici e sociali del cambiamento climatico hanno forti probabilità di colpire in misura sproporzionata popolazioni vulnerabili. Di conseguenza, l’importanza di una giusta transizione a un’economia con basse emissioni di carbonio sta ricevendo una maggiore visibilità e priorità nel dialogo sul clima globale.

  1. Rispondere a una domanda crescente dei clienti retail ed istituzionali.

Negli ultimi anni vi è stata un’ondata di cambiamento nelle attitudini e nelle priorità degli investitori. Sono aumentate le loro preoccupazioni per il cambiamento climatico e le attese di una risposta da parte dei gestori patrimoniali. Tra queste organizzazioni, forse la più importante e sicuramente quella affermata da più tempo è il Carbon Disclosure Project, ridenominato attualmente CDP. 

Oggi il CDP riunisce circa 530 importanti investitori di tutto il mondo con un patrimonio gestito complessivo superiore a 100 trilioni di dollari statunitensi, e riceve e analizza informazioni da più di 7.000 società. È pertanto la fonte più ampia e più affidabile di dati ricevuti dalle società riguardo al cambiamento climatico in tutto il mondo.

Al di là della propria convinzione personale al riguardo, in un’ottica di diversificazione del proprio portafoglio e di potenziale attrazione di capitali per questo settore, bisogna essere vigili e mantenersi informati. Conoscere è essenziale per comprendere ( e non prevedere) il futuro finanziario che riguarderà i giovani.

Articoli correlati

Una banca al verde

Luca Sabia

Legge di Bilancio, un rituale da rivedere

Giuseppe Mazzei

Fede e finanza, binomio possibile

Carmine Alboretti

Lascia un commento

Questo sito web utilizza i cookies per migliorare l'esperienza di navigazione. Se continui ad utilizzare il sito ne assumiamo che tu sia concorde. Accetta Maggiori Informazioni