domenica, 7 Marzo, 2021
Carlo Bonomi
Economia

Confindustria. Il presidente Bonomi: il Governo esca dall’incertezza. I fondi Ue sono un prestito legato a realizzazioni concrete. Gli industriali sono chiari: al Paese servono decisioni innovative e scelte vere

“Riceviamo più fondi degli altri Stati perché siamo l’economia più in crisi”. “Mi prendono per un guerrafondaio perché mi piace dire le cose come le penso, il che è una rarità in un Paese che ormai pare anestetizzato”. “Al mio appello al momento hanno risposto solo la Cisl e la Uil, speriamo sia l’inizio di un dialogo”. Carlo Bonomi, presidente di Confindustria per carattere e per ruolo è un uomo diretto che ama confrontarsi su un terreno dialettico forte magari essere pronto allo scontro ma su temi e questioni concrete. Per lui l’Italia produttiva è a un bivio e servono scelte chiare, concrete e vere. Ad iniziare da come saranno utilizzati i fondi Europei.

“L’Italia è anestetizzata. Io voglio il dialogo ma il governo non risponde. Eppure, si riparte solo con le imprese”, sottolinea Bonomi che osserva: “Ma io, al contrario, sono un dialogante, sempre che qualcuno sia interessato a parlare con gli industriali italiani”. Sono osservazioni pungenti raccolte da Libero e fatte proprie dal sito di Confindustria. Bonomi è perentorio: “Il ritornello nei palazzi della politica è che senza l’impresa l’Italia non può ripartire, poi però quando Confindustria chiede di aprire un tavolo sulla situazione economica, sembra che nessuno sia interessato a confrontarsi seriamente”. In merito alle proposte il presidente di Confindustria racconta con disappunto che le ha presentate senza ottenere risposta. “Ci sollecitano proposte che in realtà non sono mai mancate, le ultime per la ripartenza le abbiamo portate agli Stati Generali e in più a metà luglio abbiamo consegnato al governo proposte dettagliate su ammortizzatori sociali e politiche del lavoro. Siamo però ancora in attesa delle risposte”, sottolinea Bonomi. Sul difficile rapporto con l’Esecutivo del presidente Conte, Bonomi rimarca che la sua associazione ha posto più di un rilievo.

“In quanto industriali, pensiamo di avere il diritto di dire la nostra sui piani di sviluppo del Paese e, senza presunzione, siamo convinti che il coinvolgimento delle imprese sia ineludibile. Inoltre c’è un forte sentimento anti-industriale in una parte del governo e la pandemia ha agevolato la componente statalista dell’esecutivo. Non credo sia una questione partitica. La verità è che nel governo ci sono anime avverse alle imprese a prescindere dai partiti d’appartenenza”.

“Per fortuna però c’è anche chi è convinto che nazionalizzare tutto non sia la strada corretta, come dimostra il caso Alitalia, statalizzata a caro prezzo e ancora senza un piano industriale”. Bonomi fa dei distinguo e nel governo considera che vi sia una parte “illuminata” che possa prevalere. Almeno questo il suo auspicio e confida nella “componente illuminata del governo prevalga su quella ancorata a un’idea novecentesca della società. Abbiamo di fronte un’occasione storica: i 209 miliardi del Recovery Fund sono funzionali al cambiamento necessario al Paese però, se procediamo di questo passo, non abbiamo certezza di se e quando arriveranno”.

Il Presidente di Confindustria ricorda che “per accedere a quei soldi dobbiamo ottenere il voto favorevole dei Parlamenti di tutti i 27 Paesi Ue. Non vorrei che finisse come con la Costituzione Europea, votata da Strasburgo e poi bocciata da Francia e Olanda, e quindi rimasta lettera morta”. Inoltre Carlo Bonomi fa presente che il percorso dei fondi deve essere virtuoso e guardare in concreto al futuro, ed è questo il titolo del programma di aiuti Ue. “L’Europa ha ribattezzato l’intesa Next generation. Significa che i soldi sono subordinati a programmi strutturali e scelte strategiche di riforma e sviluppo. Sono risorse per gli investimenti e per garantire un futuro sostenibile ai giovani. Se il governo continua a usare i soldi per una politica economica esclusivamente assistenzialista tradisce i principi fondanti del Recovery e giustifica l’eventuale voto negativo degli altri Stati”. In merito ai fondi per Bonomi si tratta di un prestito con regole stringenti e la “fiducia” sarà a tempo.

“Si sta diffondendo l’idea che l’Europa ci sostenga economicamente perché siamo bravi, ma è tutto l’opposto. Riceviamo più fondi degli altri Stati perché siamo l’economia più in crisi. Lo eravamo già prima del Covid”, insiste il presidente di Confindustria, “ma l’epidemia ha creato una situazione da economia di guerra e per incanto sono saltati tutti i vincoli e la Banca Centrale Europea ha iniziato a sostenere il nostro debito incondizionatamente. Ma è una fiducia a tempo. Se non facciamo i compiti a casa, e Bruxelles ci ha indicato chiare priorità su cui lavorare, il sostegno economico e finanziario verrà meno. Se proseguiremo con la politica dei sussidi improduttivi, ci giocheremo definitivamente il rapporto di fiducia con l’Europa.

La domanda è se il governo pensa di andare avanti in eterno tenendo otto milioni di italiani sotto l’ombrello dei sussidi pubblici. Non credo sia possibile. Tra le nostre proposte, non a caso, figura la riforma degli ammortizzatori sociali, a dimostrazione che Confindustria sta lavorando per il bene del Paese. La Ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, pensa di farla senza le imprese, che pure pagano tutta la cassa integrazione ordinaria e parte di quella straordinaria. È tutto il metodo che non funziona. Se dici di voler ascoltare le imprese, poi devi coinvolgerle”, sottolinea il Presidente Bonomi.

Aria di chiarimenti, se non di polemica presidente dell’Inps, Tridico, Bonomi ricorda che “siamo ancora in attesa che l’Inps fornisca i numeri suddivisi per settore delle 234mila imprese che avrebbero fatto ricorso alla “cassa dei furbetti” e allora ci dica quante di questo lo hanno fatto impropriamente”.

Secondo Bonomi oggi è necessario fare sforzi inediti, e di grande impregno, per “porre fine al clima di incertezza che avvolge il Paese e qualcosa di più si può, anzi si deve, fare. Per esempio, interrompere queste decretazioni omnibus mensili che poi, votate in Parlamento, restano inattuate. Mancano 169 decreti attuativi di provvedimenti del primo governo Conte, a cui si aggiungono altri 124 della legge dello scorso dicembre e 236 relativi ai provvedimenti emessi durante i mesi del lockdown. Senza contare quelli del decreto Agosto. Camera e Senato votano ma poi le misure attuative mancano. Intanto la politica si attiva solo per tagliare i parlamentari: non oso immaginare come sarà dopo”.

Dubbi anche sul lavoro a distanza, utile ma ancora una volta si rischia di scivolare in un clima di incertezze. “Il lavori lavoro da remoto”, scrive Bonomi, “è servito per non chiudere il Paese durante il lockdown ma è evidente che non si può andare avanti così. Qualcosa rimarrà, ci saranno meno riunioni, meno viaggi di lavoro, ma non si può ristabilire un clima di chiarezza e positività nel Paese lasciando la gente a casa nell’incertezza. Peraltro, la formazione del personale, la crescita professionale e la trasmissione generazionale dei saperi vengono inevitabilmente meno con il lavoro da remoto”, osserva.

“Ci sono studi economici e sociologici sugli effetti della pandemia, e anche sugli aspetti che riguardano il modo di vivere il lavoro. Il rapporto umano in azienda ha un valore inestimabile; se viene a mancare, a mio avviso si perde molto. Ricordo che alcuni macro-effetti quantitativi dell’incertezza sono già noti: l’Istat ha stimato 700mila inattivi in più da febbraio. Italiani che il lavoro non ce l’hanno e hanno anche smesso di cercarlo”, calcola con preoccupazione Bonomi e fa presente che sul mondo del lavoro bisogna puntare. “Non si può più legare la retribuzione prioritariamente alla prestazione oraria”, sottolinea Bononi, sapendo che la questione sarà centrale nei rapporti con i sindacati, “tantomeno si può pensare di mantenere la stessa retribuzione con meno ore di lavoro o meno presenza: tutti i Paesi che hanno tentato questa strada sono tornati indietro leccandosi le ferite.

Le economie che funzionano legano la retribuzione alla produttività. Dobbiamo sederci a un tavolo con governo e sindacati e cambiare insieme la concezione del mondo del lavoro. Serve un grande patto per l’Italia”, auspica e conclude il presidente di Confindustria, “Il lavoro va commisurato ai risultati, in fondo è questa anche la filosofia che sta alla base dello smart-working. I vecchi contratti non stanno più in piedi”.

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