lunedì, 21 Settembre, 2020
Il Cittadino

Distanze sindacali e abbracci privati

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È certamente encomiabile l’attenzione dei sindacati per la sicurezza sul lavoro.

Gli infortuni sul lavoro sono ancora moltissimi, nonostante le norme sulla sicurezza siano sempre più stringenti. Alcuni di essi, troppi, causano addirittura la morte.

Purtroppo si tratta di un fenomeno che si può contenere, ma non eliminare del tutto. Un certo numero di infortuni è fisiologico ed avviene inesorabilmente anche quando c’è un puntiglioso rispetto delle regole.

La sicurezza sul lavoro comprende anche la salubrità del luogo di lavoro.

È in questo ambito che i sindacati vigilano – e fanno bene – con particolare attenzione, in questa epoca, perché vengano scrupolosamente rispettate ed applicate disposizioni anti contagio da coronavirus e perché venga favorito ed applicato lo smart working.

Qui, però, si determina una prima criticità che, francamente, pensavamo rimanesse rilegata alla prima fase della riapertura e che, invece, si sta protraendo con conseguenze gravissime sulla ripresa, sembrandoci l’Italia tutta un volenteroso camion rimesso in marcia, ma col freno a mano tirato.

È sotto gli occhi di tutti il dato di interi settori dell’economia che hanno ripreso in pieno la loro attività, con l’aggravamento economico di dispendiosi (e spesso originali) investimenti per rispettare le disposizioni  amministrative e per assicurare a dipendenti e clienti la profilassi necessaria nella incredibile contingenza che stiamo vivendo.

Fanno eccezione il settore del pubblico impiego – ancora lontanissimo dal riprendere la funzione di “ufficio aperto al pubblico” – ed alcune grosse società, specialmente di servizi, ancora chiuse al pubblico e malfunzionanti con personale ridotto e lavoro in smart working che non assolve la sua funzione: perché la mancanza di uno “sportello” a cui il pubblico deve potere accedere, così come l’ufficio pubblico chiuso al pubblico non consente di offrire i servizi che dovrebbe garantire.

Questa “serrata” sanitaria in alcuni casi sfiora il ridicolo, urta contro la realtà generale, determinando inutili “isole” e priva il cittadino di diritti fondamentali. Clamorosa la paralisi della giustizia, che forse è il settore più tutelato dell’universo: addirittura si prevede che se in una aula si tiene udienza, le due aule confinanti debbano essere chiuse: ed i provvedimenti sono nel senso di ulteriori proroghe del regime del “non fare”.

Mi spiego: mi pare che a nulla serva non fare andare un impiegato in ufficio se poi a questa stessa persona si permette di fare il c.d. “smart working” non dall’isolamento della sua casa, ma da un’affollato bar o da postazioni create in alcuni bar, palestre, piscine, circoli sportivi; in una situazione, quindi di oggettivo pericolo. O se la stessa persona nella vita sociale, senza alcuna profilassi personale, partecipa ad eventi affollati, passeggia senza cautele in strade gremite di gente dove decine di volte non è possibile mantenere le distanze, bacia e abbraccia parenti ed amici, stringe la mano alle nuove conoscenze (a persone, cioè, che fino ad allora erano sconosciute).

“E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città” – come cantava Lucio Battisti (“Prendila così”, 1978, testo di Mogol) – fa veramente rabbia incontrare ad un aperitivo in spiaggia il funzionario addetto ad uno sportello pubblico al quale bramavi di accedere, ma chiuso per sicurezza anti-virus.

Oppure incontrare in un ristorante il giudice che, nell’emergenza coronavirus, ha rinviato all’autunno 2021 l’udienza fissata per aprile 2020, magari in compagnia del cancelliere che tiene sprangata la porta del suo ufficio: soprattutto agli avvocati che, difensori del diritto, possono essere dei veri rompiscatole. Anzi, untori e rompiscatole.

Come se il coronavirus, in definitiva, si propagasse soltanto sul luogo di lavoro, scomparendo nelle piacevoli attività mondane: sul lavoro mantengo le distanze, nel privato ti abbraccio.

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