lunedì, 3 Agosto, 2020
Società

La lotta ai cambiamenti climatici non può prescindere dalla giustizia sociale

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I Rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e i diversi interventi che si sono susseguiti, hanno richiamato all’ordine il mondo intero, ricordando che il Pianeta sta subendo una fortissima accelerazione dell’innalzamento delle temperature, causa di fenomeni violenti e incontrovertibili. L’imperativo è di porre in essere azioni immediate per contenere la temperatura media globale entro 1,5°. 

Ma se da un lato si fa impellente l’esigenza di stabilizzare la concentrazione di gas serra nell’atmosfera entro il 2050, è allo stesso modo essenziale che l’impegno ambientale proceda di pari passo con l’impegno sociale a tutela delle fasce più deboli e vulnerabili. 

Perché ancora una volta, se le linee politiche adottate per mitigare il climate change non saranno adeguatamente pensate e strutturate, ricadranno sui ceti più poveri incapaci di rispondere prontamente ai cambi di rotta, impattando principalmente sul lavoro e sui consumi.

Pensiamo alla decarbonizzazione. Se è vero che si svilupperanno nuovi settori collegati alla green economy, al trasporto elettrico, all’agricoltura sostenibile, dall’altra tale manovra avrà ricadute negative sulle industrie della brown economy. Queste ultime dovranno sostenere alti costi per rinnovarsi e, nei casi peggiori, scomparire completamente riducendo la domanda di lavoro. 

Anche da un punto di vista dei consumi, la decarbonizzazione avrà effetti negativi sui chi è già privo di mezzi: una carbon tax uguale per tutti peserà molto di più su chi destina una quota consistente del proprio bilancio familiare a tali spese, senza peraltro, poter rinunciare a questi servizi. 

È evidente che i ceti più indigenti paghino il prezzo più salato a causa dell’inquinamento: vivono in territori più inquinati, soggetti a rischi sismici o idrogeologici e sono impossibilitati, per motivi economici e culturali, ad accedere alla prevenzione o a cambiare il luogo di abitazione; essendo incapienti non possono accedere alle detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica e antisismica degli appartamenti o sono sprovvisti del reddito necessario per ricorre a impianti energetici da fonti rinnovabili; vivono in periferia e sono obbligati a utilizzare il mezzo privato per mancanza o inefficienza del trasporto pubblico, del car sharing e della mobilità elettrica, che fino a ora assicura una copertura solo dei centri urbani.

Ma “la conversione ecologia – come sosteneva Alexander Langer – potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”, e le politiche attuali facendo leva solo sulla promessa di benefici futuri, non rendono certamente appetibili le azioni volte a combattere l’inquinamento. 

Per una strategia che funzioni, produca risultati, è essenziale generare vantaggi attuali per i ceti più deboli. 

In Italia negli ultimi anni questo non è stato fatto, ma anzi si è registrata una regressione legata alle politiche di innovazione ambientale: le misure adottate per la riqualificazione energetica si sono risolte nelle detrazioni fiscali per l’efficientamento energetico degli edifici e per il fotovoltaico. Misure per nulla appannaggio delle famiglie povere che, incapienti, non hanno potuto beneficiare delle detrazioni. Identica cosa è avvenuta per l’ecobonus per il passaggio ai veicoli elettrici: incentivare solo l’elettrico, lasciando fuori altre vetture a basse emissioni, non agevola le fasce più povere, visti i costi proibitivi di tali mezzi. 

Ma ovviamente, anche se le politiche ambientaliste si sono dimostrate svantaggiose per la parte più vulnerabile della popolazione, la soluzione non può essere il non intervento. 

Come ha suggerito Gustav Fredriksson, ricercatore del Bruegel intervistato da Altreconomia, “coloro che disegnano le politiche sul clima dovrebbero dare priorità a quelle che riducono le emissioni minimizzando gli effetti negativi in ambito redistributivo”.

È opportuno agire direttamente sul miglioramento delle condizioni economiche delle persone o sulla qualità dei luoghi, di cui possono equamente godere tutti. Ma allo stesso tempo è decisivo procedere con lungimiranza attraverso l’implementazione di programmi volti a prevenire le emergenze e la riduzione degli sprechi. Azioni capaci di generare risparmi da impiegare nel welfare.  

È necessario che l’Italia si attenga il più fedelmente possibile al Green New Deal europeo: predisporre investimenti pubblici e privati, incentivare l’innovazione tecnologia, prevedere una regolamentazione di settore, ma tutto supportato da azioni che favoriscano un coinvolgimento diretto dei cittadini. 

È impensabile ottenere risultati senza l’impegno attivo della popolazione. Sono indispensabili strategie programmatiche nazionali ed europee che si diffondano sul territorio attraverso la mediazione e l’operato degli enti più prossimi ai cittadini, come i comuni, le comunità territoriali, le imprese locali. Sono inattuabili azioni volte a mitigare il cambiamento climatico che non siano frutto delle istanze di ciascun territorio e rispettose delle loro peculiarità. 

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