martedì, 4 Agosto, 2020
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Benetton-Maletton? Dietro Autostrade il vero accordo tra Dem e grillini

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Più che un accordo possiamo definirlo un “pre-accordo”. Il lungo e infuocato Consiglio dei ministri, ieri notte, ha varato infatti, soltanto un percorso. Non un punto di arrivo, non una soluzione definitiva. E questo percorso, stante le numerose ambiguità e opacità interne, riserverà, stiamone certi, parecchie sorprese.

Vediamolo, entriamo nel cuore di quella che è unicamente una mera transazione. Si può riassumere con un titolo emblematico: “Benetton quota sotto il 10%, e al suo posto entra lo Stato”. Dettaglio: Aspi (insieme con Atlantia è la società parzialmente controllata dai Benetton, che gestisce la rete autostradale), ha accolto con 4 lettere le richieste del governo. E se non saranno rispettati tutti gli impegni che sono la base dell’intesa finale, sarà revoca. In soldoni, Atlantia pronta a cedere l’88%, vale a dire l’intera partecipazione in Aspi, a Cassa depositi e prestiti. E’ stato dato mandato ai ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture di definire i dettagli. L’interlocuzione di Cassa depositi e prestiti deve iniziare entro il 27 luglio.

Prime osservazioni: analizzando i contenuti del pre-accordo, il tutto si poteva stabilire, decidere, già mesi fa. I Benetton sono stati puniti, ma non cacciati. E lo Stato non si è ripreso i suoi diritti pubblici, ma stiamo dentro una pericolosa fase intermedia. Quindi, né nazionalizzazione, né privatizzazione. Stato che comunque, dovrà pagare i capitalisti progressisti, dovrà rimborsare il loro mancato guadagno (grazie alle clausole capestro della famosa concessione, approvata e riconfermata trasversalmente in passato, da destra a sinistra. E questo rende grottesco il gioco delle parti di oggi). E, come se non bastasse, aspettiamoci inoltre, a partire da domani, una pericolosa “vacatio legis”, che si tradurrà in una ulteriore emergenza-sicurezza, in una più drammatica mancanza di controlli sulle autostrade, proprio in un periodo così affollato, come le vacanze.

Chi ha vinto, chi ha perso?
Conte, ovviamente, canta vittoria, perché si è intascato alcuni punti a suo favore: il taglio delle tariffe autostradali, la modifica dell’articolo 35 del decreto Milleproroghe, che riduce da 23 a 7 miliardi l’indennizzo in caso di revoca, la manleva per sollevare lo Stato dalle richieste risarcitorie legate al ponte Morandi e il diritto di recesso, per il futuro, in caso di gravi inadempienze del concessionario risarcendo solo gli investimenti non ammortizzati.

I grillini sono parzialmente soddisfatti. Volevano punire i Benetton (dopo il crollo del ponte Morandi avevano giurato in tal senso), anche per salvare la faccia rispetto alle troppe battaglie identitarie tradite. Li hanno solo messi in mora. I dem, strutturalmente e ideologicamente dalla parte dei poteri forti, e amici storici dei Benetton, non sono del tutto delusi, perché ci sono margini di mediazione e compromesso in progress. Con gli attori, direttamente interessati, pronti a disputare nuove partite.

Ma aspetti specifici a parte, l’argomento si presta a molte letture incrociate, giochi trasversali, strategie opposte, specchio delle gravi perturbazioni che da tempo affliggono la maggioranza giallorossa, incollata unicamente alle poltrone, alla paura di Salvini e al desiderio di blindare perennemente lo status quo.

Emergono due interpretazioni. Una sorta di scambio di favori tra i pentastellati e il Pd: della serie, tu (Pd) cedi su Autostrade, io (5Stelle) cedo sul Mes, sui prestiti-Ue. Futuro appuntamento che potrebbe compromettere a settembre-ottobre seriamente la stabilità dell’esecutivo; oppure, il tentativo del premier di non far scappare Di Maio, dopo il suo inquietante (per Palazzo Chigi) incontro con Draghi (l’ipotesi di un governo di salute pubblica, di unità nazionale, con dentro perfino Berlusconi), fingendo di assecondare il populismo e le promesse anti-Benetton del Movimento.

Sta di fatto che se le autostrade sono un mezzo da parte del governo per restare aggrappato al potere, sono un’autostrada per capire una cosa: la mancanza assoluta di una visione generale della società, l’assenza di una strategia industriale degna di nota.

(Lo_Speciale)

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