lunedì, 18 Gennaio, 2021
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Globalizzazione o nazionalismi? La scommessa cruciale del dopo Covid

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Come sarà il mondo quando la pandemia sarà definitivamente sconfitta? Il buon senso vorrebbe che, dopo uno shock globale, tutti i Paesi, a cominciare dalle grandi potenze, si sentissero quanto meno impegnati a lavorare insieme per evitare che in futuro ci possa essere una nuova devastante pandemia. I costi economici, sociali e anche politici del Covid-19 sono enormi, non risparmiano nessuno e la lezione che tutti i governi dovrebbero trarne è una sola: migliorare e rendere più efficiente la cooperazione internazionale, soprattutto nella sanità, e intensificare gli scambi commerciali rendendoli più equilibrati. Insomma, più globalizzazione ma con qualche necessario aggiustamento.

Ogni Paese sa che la salute dei suoi cittadini può essere compromessa da errori, superficialità, menzogne e comportamenti sbagliati da parte di un altro Paese sulla natura di virus sconosciuti. Ma ogni Governo sa anche che deve poter contare sulle proprie risorse interne di protezione sanitaria e di approvvigionamento di beni essenziali per evitare il rischio di dipendere troppo dagli altri in casi di estrema necessità, come quello di una pandemia.

Più collaborazione in tema di sanità, più commercio internazionale quindi, ma con riduzione della lunghezza delle catene di supply chain e il ritorno in patria di alcune produzioni strategiche ed essenziali per evitare di trovarsi in difficoltà in caso di nuovi shock mondiali.

Una globalizzazione con qualche correttivo sarebbe la soluzione ragionevole.

L’aria che tira sembra invece andare in un’altra direzione. E si tratta di una rotta pericolosa, perché si basa sul rigurgito dei nazionalismi e del protezionismo contrapposti alla globalizzazione. Per la verità l’ondata nazionalista era iniziata già prima della pandemia, ma il Covid 19 rischia di dare nuova spinta all’idea che ogni Paese debba badare a sé stesso, chiudersi in casa propria, mandar via gli stranieri, “proteggersi” dagli altri, competere mostrando i muscoli e non puntando sulla maggiore efficienza e capacità di innovazione. Insomma una virata di 180° rispetto alla globalizzazione. Ma dove potrebbe portarci una ripresa su scala mondiale dei nazionalismi?

Per capire i rischi di una marcia indietro di questo genere bisogna ricordare che quella iniziata già nel 1945 e intensificatasi con la fine della guerra fredda e l’ingresso nel commercio mondiale della Cina è la seconda globalizzazione.

La prima c’era stata verso la fine dell’800 e agli inizi del Novecento. Gli storici sono concordi nel ritenere che il “merito” della prima globalizzazione va ascritto all’impulso al commercio mondiale impresso dall’impero coloniale britannico. Secondo una ricerca del Credit Suisse nel 1913 le esportazioni dei Paesi sviluppati dell’Occidente ammontavano al 17% del PIl dei Paesi industrializzati, mentre oltre 60 milioni di persone si erano spostati dal Vecchio al Nuovo mondo nell’arco dei 100 anni precedenti.

Furono gli anni d’oro della globalizzazione, come li definì J. M. Keynes nel suo saggio “Le conseguenze economiche della pace”.

Ma la “Belle époque” stava per finire sotto i colpi delle rivalità delle nazioni e dell’esplosione dei nazionalismi aggressivi nel cuore dell’Europa. La Germania di Guglielmo II voleva conquistare il suo “posto al sole” in Africa e questo minacciava la supremazia di francesi e inglesi. Il Regno Unito temeva il riarmo tedesco che considerava-giustamente- una minaccia mortale alla sua indipendenza. La Francia voleva riprendersi l’Alsazia e la Lorena, perse nel 1870, e riteneva le aspirazioni coloniali tedesche in Marocco una inaccettabile invasione di campo.

La Prima guerra mondiale fu la conseguenza della fine della globalizzazione e il trionfo dei nazionalismi cui seguì, dal 1914 al 1945 un periodo di esasperato protezionismo con un crollo degli scambi internazionali al posto dei quali ci furono due grandi e sanguinose guerre mondiali che lasciarono distruzioni ovunque. Il protezionismo e il nazionalismo non fecero più transitare le merci e al loro posto si mossero i carri armati.

Si può oggi stabilire un parallelismo tra le rivalità delle potenze dell’epoca, Francia e Regno Unito, nei confronti della emergente Germania con lo scontro in atto oggi tra gli Usa e le pretese della Cina di farsi strada come nuova superpotenza mondiale con spregiudicatezza? Si può ritenere che stiamo andando incontro alla minaccia di una nuova guerra, non solo commerciale, provocata dalla fine della cooperazione e degli scambi internazionali in nome dei protezionismi, dei nazionalismi e delle mire espansionistiche?

Sono interrogativi cruciali che è bene porsi in questi mesi in cui la pandemia rischia di essere interpretata come una dimostrazione dei pericoli della globalizzazione e utilizzata come alibi per rinfocolare le rivalità tra le nazioni e la costruzione di nuovi steccati.

Chi invoca la fine della seconda globalizzazione dovrebbe, con onestà intellettuale, ricordare i costi mostruosi che un processo del genere potrebbe avere e che segnerebbe un arretramento della ricchezza globale, un aumento spaventoso della povertà, un acuirsi dei conflitti tra le superpotenze.

Scrive con grande lucidità Martin Wolf sul Financial Time che “il miope nazionalismo e le fantasie della grandeur non producono un elegante equilibrio nei rapporti di forza ma piuttosto un cataclisma”.

Le due guerre mondiali del Novecento, con i circa 150 milioni di morti, non ci hanno insegnato nulla?

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