venerdì, 3 Luglio, 2020
Politica

Recovery Plan. Salvini e la Meloni in difficoltà. Il flop della comunicazione sovranista

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l contagio, come si è ampiamente visto, non porta bene al centro-destra.

Quando un popolo vive un momento di enorme difficoltà ha bisogno di una comunicazione (e naturalmente di fatti) rassicurante e istituzionale. Non di continue angosce, paure, rabbia. Questo spiega, infatti, il consenso registrato dal governo Conte, nonostante le ripetute scivolate, le approssimazioni, la guerra con le Regioni, le conferenze-stampa grottesche, le scelte ondivaghe, le perturbazioni interne alla maggioranza giallorossa.

E questo spiega l’oggettiva impasse di Salvini e della Meloni (con qualche accenno diverso di Berlusconi), a riposizionarsi durante la Fase-1 (il terrore della pandemia).

La Fase-2 (la ripartenza), invece, stava facilitando la ripresa dei due: la mancanza di soldi, l’insoddisfazione delle imprese, il dramma di interi settori produttivi, ostili al blocco totale deciso dal blasonato comitato tecnico degli “esperti in camice bianco”, e la crescente insofferenza del popolo italiano per l’isolamento forzato.
E come se non bastasse, alcuni provvedimenti suicidi del governo, stavano dando una vera mano al centro-destra: la sanatoria in primis, che di fatto ha riaperto porti e spiagge agli sbarchi dei migranti.

Da ieri Salvini e Meloni sono di nuovo in difficoltà.
Da quando l’European Recovery Plan è stato presentato, le pagine Facebook dei leader della Lega e di Fdi, hanno parlato d’altro: di Macron, dei monopattini, delle Regioni, del bonus bici etc.
Gli esperti ora si interrogano: non hanno più niente da dire? Non sanno cosa dire? Non hanno nulla cui aggrapparsi?
E poi, come mai, puntano la loro contestazione unicamente sul Mes e non sull’European Recovery? Come al solito, brillano per depistaggio, per distrazione di massa? In comunicazione, questa è una tecnica consolidata e nota: insistere su una narrazione ideologica astratta, evitando il confronto tecnico su dati e numeri precisi.

Ma veniamo alla cronaca. La Commissione Europea ha presentato il piano europeo per la ripresa (European Recovery Plan) all’interno del bilancio metterà sul tavolo 1.850 miliardi per sostenere la ripresa dell’economia dopo l’emergenza Coronavirus. La proposta dovrà essere esaminata e approvata il 18 e 19 giugno dal Consiglio Europeo. L’Italia dovrebbe poter beneficiare di 172,7 miliardi di euro, tra stanziamenti e prestiti di cui 81,8 miliardi come stanziamenti a fondo perduto e 90,9 miliardi come prestiti.

E cosa sono riusciti a dire, a mezza bocca, intervistati dai tg (proprio per non essere assenti e obbligati a rompere il silenzio) Matteo e Giorgia? Il primo, che “l’Italia ha bisogno di fatti concreti e risposte”; la seconda, “Primo passo, ma vedremo”.
Segno di una grave incertezza politica e ideologica. Naturalmente i filo-Ue cantano vittoria (sui giornali e nei panel tv, è tutto un tripudio enfatico sulla nuova Europa solidale, nata finalmente ieri), ma è indubbio che il centro-destra debba recuperare terreno. Altro che vittoria scontata in caso di voto.
Il sovranismo, il populismo, mai come in questo momento, dimostrano di avere le batterie scariche. Di non essere buoni per ogni stagione.
Funzionano all’opposizione, o in brevi tratti di governo, ma solo su alcuni temi: l’immigrazione, la sicurezza, gli interessi nazionali, la crisi economica.

Ma quando i numeri cominciano ad arrivare, soffrono, vanno fuori contesto, fuori ruolo.
A questo punto a Salvini non resta che attendere gli eventuali intoppi burocratici, le trappole nascoste nei prestiti non a fondo perduto, e magari rivolgersi agli esperti del Carroccio (Borghi, Bagnai, Rinaldi), per scrivere una contro-strategia degna di nota.
Ma la Lega non inganni i suoi elettori: l’antieuropeismo è solo di facciata. Sono troppi i distinguo e le ambiguità intestine: basta vedere la posizione di Giorgetti e dei suoi su Bruxelles.

In quanto alla Meloni, il suo partito già da tempo si sta smarcando da atteggiamenti viscerali anti-euro, anti-Ue, ritagliandosi uno spazio autonomo, critico ma costruttivo, nel nome della vecchia idea di “Europa nazione”, fonte storica della destra italiana. Una posizione che non paga: o si è di qua o di là, l’elettorato non capisce.
Debolezza e divisioni interne (Berlusconi, dal canto suo, ha esultato sulla ricetta-Ue), che non militano a favore dell’incombente manifestazione del 2 giugno.

Cosa diranno Lega e Fdi per rialzare la testa? Quale messaggio confezioneranno per quello che doveva essere il rilancio del centro-destra e che, invece, si annuncia come una svuotata e demagogica passerella marketing?

(Lo_Speciale)

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