giovedì, 29 Ottobre, 2020
Attualità

Rinviati a settembre Istruzione, Turismo e Sport: voto in pagella al programma di Governo e Regioni per i giovani

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L’anno scolastico sta per finire, pochi giorni ormai alla graduation e, per alcuni, al fatidico lancio dei cappelli in aria: c’era un tempo in cui si contavano i 100 giorni alla fine dell’anno scolastico. Quest’anno abbiamo invece contato gli oltre 100 giorni di prigionia in streaming. 

Il Governo sembra tirare un sospiro di sollievo pensando che ora serve solo guardare a settembre, trascurando che sarebbe stata la grande occasione di ripensare il confronto generazionale ed il modello educativo post Covid-19 e di inserire nella scuola nuove idee e elementi di novità: se non ora, quando? 

Una digressione, per arrivare al punto di prospettiva che fa emergere l’occasione mancata che avrebbe portato il nostro modello di istruzione avanti di almeno 20 anni.

Per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di studiare negli Istituti Salesiani di Don Bosco o di svolgere attività sportive negli oratori, il 24 maggio è una ricorrenza speciale: la festa di Maria Ausiliatrice, alla quale il Santo aveva affidato la protezione delle sue opere educative.

Il modello educativo di don Bosco e la sua dedizione per l’istruzione dei giovani sono stati una straordinaria avventura (se si guarda alla vita del Santo solo con occhi umani) ma anche il segno di una vocazione (se si prova ad ammettere che un uomo da solo non avrebbe potuto realizzare un progetto più grande di lui). 

Chi conosce la storia di don Bosco ed ha avuto la fortuna di soffermarsi presso l’altare di sinistra presso la Basilica del Sacro Cuore di Gesù, a via Marsala, in Roma, al fianco della Stazione Termini, sa che, durante gli ultimi anni, proprio su quell’altare ebbe un momento di grande commozione ripercorrendo la sua vita. Non è un caso che la statua di don Bosco si erge all’interno della Basilica di San Pietro a ridosso dell’altare principale.

Sempre nel cortile del Sacro Cuore di Roma (il cortile è il luogo principale in cui si svolgevano le attività dell’oratorio, socializzando tra ragazzi di diversa età, istruzione e classe sociale, una sorta di movida ante litteram, ma senza lo Spritz) c’è una targa con un lascito pedagogico: non basta amare i giovani, occorre dimostrare di amarli. 

L’istruzione scolastica e la pedagogia dell’oratorio ponevano i giovani (o meglio, la loro maturazione umana e spirituale) al centro di una società attraversata da profondi conflitti sociali: non dimentichiamo che era il periodo dell’avvio dell’industrializzazione con masse di lavoratori, molti anche minori di età, ai quali non si riconoscevano diritti o prerogative. Questa idea di istruzione, merito ed emancipazione, associata a solidi valori pedagogici di matrice cristiana, ha accompagnato l’unità di Italia per ben oltre un secolo, dal nord al sud: non è un caso che a don Bosco è anche attribuita la nascita di una società editrice a Torino e della moderna comunicazione. Alcuni aneddoti raccontano che era solito, vista la sua notorietà, farsi fotografare negli studi fotografici per pubblicità e conservare alcune copie di foto sul cui retro scriveva un pensiero per i notabili di Europa, a cui chiedeva sostegno economico per le sue opere: in qualche modo, a veder bene, anche l’Erasmus è nato con don Bosco.

Questo modello educativo e di istruzione ha anche fatto da linfa e ossatura alla progressiva nascita dello Stato Italiano e, poi, nel tempo ne ha accompagnato lo sviluppo fino al grande salto dell’Italia tra le potenze industriali: la lista dei nomi eccellenti di ex allievi ed ex allieve, o che hanno anche solo giocato in oratorio, la dice lunga; molti ancora oggi impegnati con ruoli di straordinaria responsabilità nella politica italiana, industria ed economia. Voglio ricordarne uno, Pier Luigi Celli, per aver assistito alla presentazione del suo libro “Il Potere, la carriera e la vita” (ed. Chiarelettere, 2019), con cui ha tratteggiato pezzi della nostra storia educativa, industriale, di preparazione al lavoro. 

Eppure, nonostante i gravi conflitti sociali ed economici che attraversiamo, non solo per effetto del Covid-19, una potente opera pedagogica destinata alle giovani generazioni si fa fatica a vederla. La c.d. movida che anima le serate delle giovani generazioni assilla la politica, senza però conoscere priorità e prospettive di questa nuova generazione. E’ del tutto evidente che urge ricostruire, anche attraverso i media, un canale di comunicazione sociale con loro per condividere insieme la ricostruzione di un sistema Paese, non in chiave frammentaria, per fasce di età, ma unitariamente.

Abbiamo avuto il d.l. “cura Italia”, il d.l. “liquidità”, il d.l. “rilancio”; dal 31 gennaio, data di dichiarazione dell’emergenza sanitaria, non siamo stati in grado di pensare ed affrontare un piano strategico per l’istruzione dei giovani, dei nostri figli, con ciò evidenziando che la nostra società è alla fine ostaggio dell’economia e della produzione più di quanto probabilmente fosse quella di don Bosco. 

Un immobilismo sociale che si trasferisce sulla politica, poi incentrata a redistribuire povertà vista che di ricchezza in Italia a breve non ne avremo stante il rapporto debito/PIL e la mancanza di avanzo primario. La nostra ricchezza sono le idee e la flessibilità del popolo italiano per produrre; ma dove sono ora?

Abbiamo affidato l’istruzione (in modo tecnocratico) ai canali meet, dimenticando però che alla competenza si associa di pari passo, negli anni della formazione scolastica, la costruzione della persona e dei suoi valori attraverso il gioco, l’interazione umana con il corpo docente, lo scambio di esperienze, i conflitti risolti ed irrisolti.

Tenuto conto del tempo avuto a disposizione, l’azione di Governo e delle Regioni, in vista dell’imminente periodo estivo, avrebbe potuto prevedere d’intesa un “piano strategico giovani”, andando oltre il bonus al turismo che sembra più un incentivo agli albergatori che un mezzo per un piano educativo, che non c’è! 

Se la movida preoccupa tanto per i rischi di nuovi contagi, non sarebbe stato meglio organizzare per tempo la socializzazione tra giovani per differenti fasce di età collaborando con gli imprenditori italiani per attrezzare le strutture disponibili lungo tutta la penisola? Moderni campus in luogo delle vecchie colonie. Mi riferisco a tutti i residence e resort, soprattutto nel centro e sud Italia, che nei primi anni duemila sono stati ceduti sul mercato da Sviluppo Italia Turismo, dopo essere stati costruiti con contribuzione pubblica, e che ora rischiano, per effetto del Covid-19, di non avere prenotazioni. 

Fa riflettere la notizia di alcuni comuni che avrebbero l’intenzione di recuperare la vecchia colonia Bologna di Rimini: le colonie hanno consentito alle generazioni che ci hanno preceduto di socializzare e di costruire un modello educativo vincente. Ma la ristrutturazione della colonia Bologna, per quanto importante operazione di real estate con finalità pubbliche, prima di vedere luce richiederà almeno due anni, mentre l’emergenza pedagogica, istruttiva e di socialità per i giovani avrebbe richiesto una risposta immediata, attrezzando anche le strutture turistiche di piccoli presidi di primo soccorso per garantire la sicurezza sanitaria. 

Abolito il servizio di leva, sarebbe stata una grande occasione consentire agli studenti di fare una esperienza unica di socializzazione tra differenti classi di età, istruzione e ceto sociale, come in un moderno oratorio, utilizzando nei prossimi mesi (giugno, luglio, agosto e settembre) le strutture turistiche ricettive che probabilmente resteranno deserte e che chiederanno di accedere alla CIG, alla contribuzione a fondo perduto, al credito di imposta: in sostanza, tanto debito pubblico ma senza un ritorno per la società. Questo debito avrebbe potuto essere ben impiegato per un nuovo modello di istruzione e pedagogia secondo lo stile del campus estivo: sport, tutela dell’ambiente, programmi di scienze all’aperto, conoscenza della storia d’Italia legata ai luoghi, studio dell’arte e della cultura in rapporto con il territorio.

Questo dimostra che la politica dei soldi a pioggia senza una idea di Paese – quella che ha fatto da contesto culturale alla formazione di Pier Luigi Celli e tanti altri – e di futuro per le giovani generazioni, non costruisce unità d’Italia, quella che due grandi figure, don Bosco e Cavour, ciascuno con la propria storia, vocazione e missione, hanno saputo incarnare con reciproco rispetto e, forse, anche amicizia. 

Per fare grandi cosi serve avere visione, coraggio e una buona classe dirigente: partendo dall’istruzione giovanile siamo ancora in tempo per provvedere e mettere le basi per la ricostruzione del Paese con una rinnovata unità di Italia, quella degli intenti nobili e dei solidi valori della nostra stessa storia, tradizione culturale e religione.

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