sabato, 30 Maggio, 2020
Politica

Stato padrone o stato papà?

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L’Italia aveva deciso di dire addio al ruolo dello Stato in economia il 2 giugno del 1992. A bordo del panfilo Britannia, della Regina Elisabetta, ancorato nel porto di Civitavecchia, si ritrovarono Ciampi, Andreatta, i grandi boiardi di Stato e un gruppo di interessatissimi banchieri e finanzieri internazionali. C’era anche Mario Draghi, all’epoca Direttore generale del Tesoro. Tenne il suo discorso introduttivo e scese dalla nave che salpò alla volta dell’Isola del Giglio. L’obiettivo della crociera? Impostare la politica di privatizzazione dell’industria pubblica, lo smantellamento del glorioso IRI inventato da Beneduce nel 1933 e diventato prima il pilastro della ricostruzione post-bellica, poi un colosso industriale fucina di manager di alta qualità e successivamente una greppia a disposizione dei partiti.

Le privatizzazioni non sono state un capolavoro di gestione della cosa pubblica, hanno fruttato pochi miliardi di lire, distrutto un management eccellente, dato spazio ad privati che si sono avventurati su business a loro sconosciuti e si sono risolte con danni per la finanza pubblica, per la struttura industriale del Paese l’economia nazionale e per i consumatori che si sono ritrovati servizi a costi elevati e a bassa efficienza. Solo con l’ondata di liberalizzazioni e con la regolazione dei mercati le cose sono leggermente migliorate.

Da quel momento si è affermata la convinzione che lo Stato non deve essere più padrone ma solo regolatore. Principio sacrosanto. Senonché, in piena emergenza sanitaria e di fronte ad una recessione velocissima e profondissima ci si è tornati a chiedere se non sia il caso di riprendere a fare affidamento sullo Stato.

In effetti, quando ci sono da salvare tante aziende e da mettere al riparo la struttura industriale di un Paese i capitali privati non bastano. E a qualcuno è venuta l’idea geniale di tornare allo Stato padrone che investe soldi nelle aziende, manda i suoi controllori a gestirle e torna a fare un mestiere per cui non è particolarmente tagliato.

Ma allora bisogna rinunciare al sostegno della mano pubblica in questa gravissima crisi? Sarebbe un errore farlo. Di soldi pubblici ne servono tanti e subito ma lo Stato deve ritagliarsi un ruolo diverso da quello del padrone.

Potremmo chiamarlo uno Stato-papà: che interviene per dare una mano ai figli in difficoltà per lo stretto periodo necessario ad aiutarli a risolvere i loro problemi e a rimettersi in sesto, dà loro indicazioni utili e poi li lascia andare per la loro strada senza pretendere di sostituirsi a loro.

Il ruolo che lo Stato deve esercitare rispetto all’imprenditoria privata si riduce a quattro operazioni: 

  1. delineare una strategia di politica industriale, 
  2. in base ad essa utilizzare tutte le risorse pubbliche necessarie per riorganizzare le imprese senza far sperperare indiscriminatamente i soldi a pioggia,
  3. sfoltire le norme e le procedure burocratiche che paralizzano o rallentano l’efficienza del sistema industriale 
  4. togliersi di mezzo non appena completata la ristrutturazione industriale e tornare a fare solo lo Stato regolatore.

Tornare a nazionalizzare, con la bassa crescita e l’enorme debito pubblico che abbiamo significa affossare definitivamente qualsiasi possibilità di ripresa dell’Italia.

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