domenica, 26 Maggio, 2024
Salute

“Per gli italiani curarsi è un lusso, al Sud famiglie in crisi”

L'analisi di Snami: "Circa la metà famiglie hanno speso in media 1.362 euro nel 2022"

Il Presidente nazionale del Sindacato nazionale autonomo medici italiani Angelo Testa ha espresso profonda preoccupazione in risposta alle recenti analisi condotte dalla Fondazione Gimbe, le quali hanno rivelato un allarmante dato: quasi 2 milioni di persone in Italia stanno rinunciando alle prestazioni sanitarie a causa di difficoltà economiche. Secondo i dati emersi dalle, circa la metà delle famiglie italiane ha speso in media 1.362 euro per la salute nel corso del 2022. Un dato che mette in luce una situazione critica che mina il benessere delle famiglie stesse, evidenziando la crescente disparità tra le Regioni. In particolare, nel Mezzogiorno, l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza risulta inadeguata, amplificando le difficoltà economiche dei nuclei familiari e mettendo a rischio la salute di oltre 2,1 milioni di famiglie in condizione di indigenza.

Simona Autunnali, Tesoriere nazionale di Snami, ha aggiunto ulteriori dettagli preoccupanti, sottolineando che i cittadini stanno incontrando enormi difficoltà nel prenotare visite mediche e accertamenti strumentali, nonostante le richieste appropriate e secondo classi di urgenza dei medici di famiglia. Il tutto porta a notevoli ritardi nell’erogazione delle visite, compromettendo le diagnosi dei medici di medicina generale. Inoltre, è emerso che spesso sono gli specialisti a richiedere una quantità eccessiva di esami, alimentando una medicina difensiva esasperata.

Miglior coordinamento

Di fronte a queste criticità, Angelo Testa ha sottolineato l’urgente necessità di garantire un migliore coordinamento tra i medici di medicina generale e gli specialisti, oltre a una maggiore efficienza delle liste di attesa. Questo intervento è fondamentale per garantire l’uguaglianza nell’accesso alle cure e per proteggere i più vulnerabili, specialmente nelle regioni del Mezzogiorno, dove l’impatto sanitario, economico e sociale rischia di peggiorare ulteriormente una condizione di fragilità ed emarginazione.

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