mercoledì, 8 Aprile, 2020
Società

Tutti i poveri sono uguali

I poveri sono tutti uguali. Non esiste alcun criterio di priorità, a seconda della nazionalità. Lo slogan “Prima gli Italiani” non ha diritto di cittadinanza nell’ordinamento giuridico italiano. È quando emerge dalla risposta ad una interrogazione in XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) presentata dalla deputata leghista Elena Murelli.

L’esponente politica ha preso spunto da alcuni articoli di stampa secondo i quali gli stranieri con permesso di soggiorno permanente ovvero quelli che non sono cittadini del nostro Paese ma ai quali viene riconosciuto il diritto di stare in via definitiva in Italia senza dover per forza ripresentare domanda ogni anno, potrebbero essere mantenuti a spese dello Stato anche per anni.

E ciò perché molti ricadrebbero nel campo dei beneficiari del reddito di cittadinanza essendo richiesta, come requisito concorrente, la permanenza in Italia da 10 anni di cui almeno gli ultimi 2 consecutivi. Secondo la ricostruzione della parlamentare in questione, uno straniero dopo questo periodo, se perde o lascia il lavoro, percepirebbe la disoccupazione per circa due anni e subito dopo il reddito di cittadinanza.

Di qui la levata di scudi indirizzata al ministro Nunzia Catalfo per sapere “se e quali iniziative di competenza il Ministro intenda urgentemente adottare con riguardo a quanto sopra descritto, al fine di correggere prontamente la distorsione riscontrata”.

Il Ministero ha, però, inquadrato la vicenda in un contesto molto più ampio, richiamando l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (e degli articoli 30 e 31 della Carta sociale europea) che assegna a tutti il diritto all’assistenza sociale ed abitativa al fine di condurre un’esistenza libera e dignitosa, sulla base di un radicamento nel territorio del paese molto lungo ed anche continuativo almeno nell’ultimo periodo biennale.

“Il riconoscimento a cittadini di altri Paesi residenti in Italia di misure di politica attiva del lavoro e contrasto alla povertà, quali il Reddito di cittadinanza – hanno replicato dagli uffici governativi – si inserisce nell’ambito dell’applicazione di trattati internazionali e direttive Europee, finalizzate a favorire l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi che si stabiliscono a titolo duraturo negli Stati membri, costituendo un elemento cardine per la promozione della coesione economica e sociale, obiettivo fondamentale della comunità, inserito nel trattato istitutivo della Comunità europea”.

Relativamente, poi, alla percezione, da parte dei cittadini stranieri residenti in Italia da oltre 10 anni, di due anni di ammortizzatori sociali seguiti dal Reddito di cittadinanza, gli esperti del ministero  hanno evidenziato che, in realtà, tale misura ha un carattere ibrido svolgendo molteplici funzioni di politica attiva, di sostegno alle famiglie in difficoltà, di integrazione del reddito da lavoro per i cosiddetti working poor. Pertanto la sequenza indicata non ricorre in tutti i casi essendo la prestazione diretta anche alle famiglie che sono al di sotto della soglia di povertà (nelle quali può anche non esserci un disoccupato) o a lavoratori che percepiscono salari troppo modesti.

Si tratta quindi non di una prestazione che raddoppia i benefici derivanti per gli occupati dal sistema degli ammortizzatori sociali, ma di una misura che vuole impedire uno stato di povertà estrema per tutte le famiglie che si trovano concretamente in stato di bisogno secondo gli indicatori europei e che recepisce sul punto le indicazioni europee.

Il Reddito di cittadinanza “tende quindi sulla base di parametri obiettivi e razionali a ricomprendere persone da tempo inserite legalmente nel nostro territorio ed a proteggerne il diritto a condizioni di vita dignitose rispettando i principi sovranazionali di non discriminazione”.

Di qui la conclusione che eventuali interventi correttivi potrebbero dar luogo all’apertura, da parte della Commissione europea, di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia.

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