domenica, 24 Ottobre, 2021
Il Cittadino

Gettiamo la chiave

La violenta e generalizzata rivolta nelle carceri italiane dei giorni scorsi, ci deve necessariamente portare alle questioni da affrontare dopo il coronavirus. Non so se una riforma del sistema carcerario costituisca la questione più urgente da esaminare, ma certamente è uno dei problemi con cui dovrà confrontarsi chi governerà l’Italia: in un futuro prossimo che mi auguro popolare, ma non populista.

Il sistema carcerario costa in Italia, nel suo complesso, poco più di tre miliardi di euro all’anno.

Le statistiche calcolano quindi circa 135 euro al giorno per detenuto, calcolando una popolazione media di oltre 60.000 detenuti. Ovviamente in quei numeri non c’è solamente il sostentamento del carcerato, ma l’intero sistema: quindi l’edilizia carceraria, il personale amministrativo, la sorveglianza e quant’altro necessario. Quando si parla di necessità pubbliche, non lo si può fare in termini strettamente economici. Alcune esigenze pubbliche prescindono da una loro gestione economica.

Mi limito ad enunciare il problema, senza avere la pretesa di risolverlo: il mio primo dubbio, quindi, nel quesito se con 130 euro al giorno per detenuto non sarebbe possibile garantire un sistema di detenzione meno opprimente dei sei carcerati per cella e di carceri progettati per 200 galeotti che ne contengono più del triplo (ritengo che a maggioranza di loro non delinquerebbe se avesse a disposizione la metà di quei soldi, forse anche un terzo).

La ribellione nelle carceri italiane è stata forte e violenta ed è il sintomo di un malessere che nasce già nella società. Secondo alcuni per le prevalenze forcaiole di questi ultimi decenni, che sembrano nell’attualità avere applicazione concreta. Certamente la società attuale non è quella della mia gioventù quando “venne la spiaggia un assassino” (non una persona qualunque, quindi, ma un delinquente) e un vecchio pescatore “non si guardò neppure intorno, ma versò il vino, spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame”.

L’atteggiamento sociale è molto cambiato e, sull’altare della sicurezza – con una forte spinta data negli ultimissimi anni da tendenze sovraniste e populiste – la società ha rinunciato a libertà individuali che, a mio sommesso avviso, sarebbero irrinunciabili, perché diritti “indisponibili” di cui la persona, e quindi neanche lo Stato per essa, può disporre. Aldilà di tale mia personale convinzione – e vi assicuro non è mia intenzione convertire nessuno – ci sono delle oggettive esagerazioni: quale, ad esempio, il ritenere “fisiologiche” le quasi mille ingiuste detenzioni, che ogni anno determinano condanne di risarcimento da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Un buon quarto della popolazione carceraria è composto da persone che la nostra costituzione dichiara, per principio e per presunzione, “innocenti“ (e chi mi legge lo sa che non ascrivo la responsabilità di ciò ai giudici, ma al legislatore che ha promulgato leggi che consentono una simile aberrazione). Costoro però, nonostante la inesistenza di una condanna a loro carico, sono galeotti a tutti gli effetti. Addirittura, se l’ipotesi accusatoria concerne reati di mafia, viene loro imposto il terrificante regime del 41-bis.

Ma anche se la popolazione carceraria fosse composta solamente di delinquenti dichiarati ed accertati, sarebbe comunque composta di “persone”: di esseri umani la cui dignità deve essere rispettata e che conservano intatti, anche nel regime detentivo, alcuni diritti fondamentali: tra i quali quello alla salute. Non so come e perché sia nata la rivolta nelle carceri, né se vi siano state manipolazioni. Il punto che colgo, però, è il fatto stesso della ribellione che, a memoria mia, non si verificava dagli anni ‘70: quando la nostra società era messa in pericolo dal terrorismo.

Il fatto che tale ribellione vi sia stata deve di per sé imporre una riflessione, essendo essa il sintomo di un malessere sociale, di un sistema che è giunto al limite. Riflessione che spetta ai politici e non a chi può agire solamente per reprimere e giudicare. È il legislatore che si deve interrogare sulla possibilità nell’era elettronica di alternative alla detenzione, sapendo che ha a disposizione tre miliardi l’anno. È il politico che si deve chiedere se nel nostro ordinamento viga ancora il principio della “rieducazione” del reo. Altrimenti facciamo come qualcuno propone: prendiamo chi non ci piace, buttiamolo in galera possibilmente senza perdere tempo in formalità e senza riconoscergli diritti. E gettiamo la chiave

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