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Riflessioni sulla perdita di un figlio. Mariano 27.4.2017. Vita – Morte – Dolore – Conforto

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Dopo la morte di una persona cara, figlio, genitore, fratello, sorella, amico, coloro che hanno subito la perdita si trovano esposti al conforto generale che quasi per un modo di essere si deve propinare. Così si è costretti ad ascoltare di tutto: parole di conforto per lo più formali anche se sincere, frasi, poesie, luoghi comuni, citazioni famose, riferimenti alla Vita che continua, esortazioni a proseguire: bisogna andare avanti; la morte non è niente.

È vero la Morte non è niente. Per chi l’ha subita e non c’è più!

La morte, invece, per chi sopravvive è li vicino a te e ti accompagnerà per il resto dei tuoi giorni.

Per colui che sopravvive si apre uno scenario inquietante.

Si viene assaliti da rimorsi, si vivono momenti di sgomento, di pensiero di ripresa, di voglia di dismettere questo sempre più difficile mestiere della vita. Tutti manifestano vicinanza e affetto al sopravvissuto e nel modo più triste e sconcertante ti chiedono “…come stai…” o in maniera ancora più grave ti dicono “non ti chiedo come stai…” perché è una domanda stupida anche se l’hanno appena pronunciata; oppure ancora peggio ti dicono “non ci sono parole…”. Nessuno si rende conto, pur di mettere a posto la propria coscienza o riconoscenza, che nel momento stesso in cui pronunciano proprio quelle frasi banali o stereotipate non capiscono che all’interno delle stesse sono comprese proprio quelle domande che superficialmente appaiono stupide ma sono portatrici di grave disagio e risveglio del dolore in chi, per buona educazione, è costretto a rispondere pensando proprio a colui che non c’è più.

L’unico vero conforto, a mio avviso, può aversi solo da un abbraccio forte, stringente, sincero che tu possa ricevere sia che provenga da un amico o conoscente o estraneo.

Cerchi il contatto fisico con un corpo caldo quasi per riempire quel gelo della morte che hai sentito, che hai toccato, che ti ha annichilito.

Bastano poche ore, però, che l’allontanamento anche fisico di costoro che ti hanno dato conforto in tal guisa, utile a placare il tuo animo, il tuo sgomento, che ogni pensiero riaffiora e la vita torna a dialogare con la morte.

È giusto però che quanto alberga nello stato d’animo di coloro che vivono la tragedia di una morte da estraneo non impedisca loro di far si che tutti tornino alle loro ambasce quotidiane, ai loro problemi ai loro affetti.

D’altronde è anche giusto che sia così ed è per questo che tutti si augurano di sopravvivere ad ogni banale ed ordinaria vicenda umana.

Dopo la morte della persona a te cara resti solo tu.

Solo ed ancora più gravato dalla assenza di chi avevi amato e ti accorgi di avere amato poco, in maniera sbagliata, di avere passato poco tempo con lui o con lei, di non aver capito i suoi tormenti, le sue paure, le sue ansie, le sue aspettative e torni nel più profondo buio pensando solo a chi non vedrà più la luce, non ascolterà più la voce ed i suoni della vita e tu, sempre tu, non ascolterai mai più la sua.

La morte, la sofferenza, il dolore sono sempre ingiusti.

E allora capisci che è vero. La morte è il nulla per chi non c’è più. Nessuno infatti assiste al proprio funerale. Per chi continua a vivere, invece, per il resto della sua vita la morte lascia il suo segno indelebile pur nella consapevolezza di doverla un giorno incontrare.

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