domenica, 26 Maggio, 2024
Il Cittadino

Le rivoluzioni del volley femminile

La vittoria al Campionato Europeo di Pallavolo Femminile della Nazionale Turca, secondo la mia come sempre opinabilissima opinione, avrà sulla società turca un effetto equivalente ad una vera e propria rivoluzione.

Le “sultane della rete” (Filenin Sultanları) così vengono chiamate nel loro Paese le pallavoliste turche, sono ragazze, pensate un po’, in tutto e per tutto eguali alle loro coetanee milanesi, o parigine o newyorkesi. La gente delle grandi città turche impazzisce per loro e non manifesta alcuno problema per il fatto che non si coprano i capelli, che non abbiano vergogna a mostrare il proprio corpo, che esplode come deve fare quello di un’atleta ventenne nella divisa della nazionale. Divisa in tutto e per tutto eguale a quella delle altre nazionali, pantaloncini cortissimi e attillati, canottiera ai minimi termini, determinata unicamente dalla praticità e funzionalità al gesto sportivo. Quindi, non dai precetti religiosi. Le ragazze della nazionale turca hanno addirittura tatuaggi e li mostrano; una di loro, Ebrar Karakurt, è omosessuale, non si è vergognata a dirlo ed ha mandato al diavolo chi la criticava sui social con un tranchant «Basta con le stronzate».

Un atteggiamento, devo dire, che non mi ha sorpreso più di tanto perché alcuni anni fa, in Turchia, una giovane guida di Smirne mi aveva spiegato, con convinzione, il laicismo turco e la permanente impronta di Ataturk: «Può succedere nelle campagne che vi sia una religiosità ortodossa. Nelle città, specialmente noi donne, giovani e meno giovani, non siamo per nulla disposte a rinunciare alla laicità. Come dite voi cattolici? Libero Stato in libera Chiesa?».

Riflessione che mi fa capire che noi cattolici, non siamo tanto lontani dal mondo islamico. È solo questione di tempo e la modernizzazione avverrà, com’è successo da noi, cominciando dalla liberazione della donna.

Mia madre, forse l’ho già scritto, per quanto intelligentissima e, a suo modo rivoluzionaria per una serie di rifiuti, non è mai entrata in Chiesa senza il velo e per lei il sesso era un tabù, un argomento sconveniente. Le persone che convivevano senza essere sposate erano concubini e concubinario il loro rapporto. Mina (e non solamente lei) fu cacciata dalla Rai perché aveva avuto un figlio con Corrado Pani, fuori dal matrimonio.

Ricordo, da bambino, gli applausi per l’assoluzione di un omicidio d’onore ed i discorsi sulla verginità. Ripeto: ossessione dell’uomo per la certezza della paternità.

In Turchia, notano le cronache tutte le ragazze vogliono giocare a volley, le campionesse europee sono diventate un modello di emancipazione femminile, con una popolarità che ha travolto i confini tra città e campagna, tra Turchia laica e islamica. Successo che ha determinato un certo imbarazzo persino in Erdogan: che deve ora barcamenarsi nella sua idea di limitare al minimo la laicità dello Stato, imponendo un regime autoritario religioso contro la popolarità crescente di un modello di vita e di libertà personale che è molto più occidentale e più radicato di quanto egli avesse immaginato.

Il volley femminile turco s’impone così all’avanguardia di quel modello di liberazione e modernizzazione che le donne presto – non ho dubbi al proposito – imporranno in tutto il mondo.

Meglio se ciò accade tramite il volley, certamente più indolore delle due terribili guerre mondiali dello scorso secolo che hanno determinato, con gli uomini tutti intenti a combattere, l’emancipazione femminile: alle donne è stato chiesto per la prima volta di guidare, di sostituire gli uomini in lavori fino ad allora esclusivamente maschili, di fare cose fino ad allora impensabili. Le donne hanno risposto ed hanno determinato la loro liberazione.

Nessuna donna islamica, ora, col modello delle campionesse turche, vorrà più costringere il suo corpo. Ed avranno un bel gridare i teologici che ricordano loro che il pudore e la legge non consente di mostrare neppure il nasino.

Magia del volley femminile: che anche in Italia ha svolto una piccola azione di denuncia, mettendo in evidenza che nella nostra società c’è una buona dose di razzismo o quantomeno di xenofobia, che non emergeva fino a quando (pochissimo tempo fa) eravamo tutti bianchi caucasici e tutti cattolici, al massimo con qualche eccentrico ateo, tollerato proprio per la sua stravaganza. Mi riferisco agli atteggiamenti intolleranti verso la capitana della Nazionale, Myriam Fatime Sylla e, ancor di più verso Paola Egonu, già vittima di attacchi razzisti espliciti e in questi giorni al centro di polemiche per l’esclusione dalla nazionale italiana. Esclusione criticata però esplicitamente da Daniele Santarelli (allenatore della Turchia campione d’Europa; cinque scudetti e quattro coppe Italia, cinque Supercoppe, una Champions League e due Mondiali per club, oltre al Mondiale con la Serbia lo scorso anno) che afferma senza mezzi termini che è come far giocare l’Argentina senza Messi o, ai suoi tempi, senza Maradona.

Ma, al di là della polemica sportiva – se tale è – colpisce la coincidenza della funzione sociale che anche in questo caso ha svolto il volley femminile.

Da notare che il problema in Italia è bipartizan: solamente il politically correct impedisce a persone di sinistra, specie se anziane, di esprimere disprezzo che da destra non viene lesinato. Col che mi regalo un momento di gioventù, come negli anni dell’Università, quando vedendomi col Corriere della Sera, taluno mi diceva: «non sapevo fossi di sinistra» e talaltro «non sapevo fossi di destra».

Ero (e sono) semplicemente aidelogico. Da allora nacque il mio motto “tutto e il contrario di tutto”: non ho verità da imporre, ma solo punti di vista da proporre, prontissimo a ricredermi.

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