venerdì, 27 Novembre, 2020
Economia

Export e Coronavirus, dai previsti 500 miliardi ai venti di crolli

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Awelco

La previsione era di quelle rosee e ottimiste, tanto da indicare in 500 miliardi di euro valore del l’export del Made in Italy, poi il Coronavirus con il crollo delle delle speranze di crescita. “Il valore delle vendite dei nostri beni all’estero è avanzato nel 2019 con un ritmo sostanzialmente in linea con quello osservato nell’anno precedente (+3,4% rispetto al +3,1% del 2018), arrivando a sfiorare i 480 miliardi di euro.

La dinamica favorevole dell’export si pensava proseguisse anche nei tre anni successivi con un passo, in media, del 4,3% che consentisse di avvicinarci a quota 500 miliardi già nel 2020 e di superare i 540 miliardi alla fine del 2022. A vedere così in modo brillante era il rapporto di Sace Simest, la società della Cdp che si occupa proprio di internazionalizzazione, che aveva sfornato un rapporto pieno di dati e di realismo commerciale. Era la fine del 2019 un anno definito splendido per tre settori per l’export nazionale.

Un boom in particolare verso la Cina di alimentare, abbigliamento di lusso e dei farmaci. In poche settimana con l’emergenza Coronavirus tutto si è bloccato con danni notevoli e previsioni oltretutto difficili da prendere in esame. Lo scorso anno l’Italia verso il mondo aveva raggiunto punte di export che aveva i fatto segnare performance positive in un contesto difficilissimo segnato da dazi, brexit, blocchi e sfide commerciali globali. Il Made in Italy ha avuto un risultato calcolato dall’Istat in un più 2.3% che aveva fatto  ben sperare  per il 2020. Tradotto in termini economici quel 2.3 valeva quasi 476 miliardi di euro, 11 in più rispetto all’anno precedente. Addirittura tre mesi fa a dicembre 2019 il balzo è stato del 4,2% , con aumenti diffusi sia ai mercati extra-Ue che all’Europa, sia in Francia con la punta del 4.3% e in Germania.

La vera parte da leone l’hanno svolta gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+23,9%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+10,4%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (+15,9%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+13,7%). I migliori acquirenti del Made in Italy sono stati Svizzera (+19,3%), Cina (+21,2%), Francia (+4,3%) e Belgio (+16,7%), mentre si registrava una flessione delle vendite verso Stati Uniti (-7,7%), paesi OPEC (-3,7%) e Repubblica ceca (-6,1%). A dare soddisfazione ai prodotti e imprese italiane è stato il Giappone, (+19,7%), grazie anche ai recenti accordi commerciali definiti con l’Unione europea. Con gli Stati Uniti la crescita era stata del 7,5%: e nel 2019 si è arrivati tre miliardi di vendite in più. Infine il grande balzo della Cina che nel dicembre scorso ha visto addirittura un balzo del 21,2%, con progressi diffusi a quasi tutti i settori e un quasi raddoppio delle vendite di farmaci.

A febbraio, invece sono emersi i primi danni economici indotti dallo stop produttivo di Pechino provocato dal coronavirus. Ed ora l’Italia come altri Paesi è in emergenza. Una lezione di realismo che dovrebbe pur far riflettere su come oggi i processi economici possano cambiare direzione in modo repentino. Così nella tredicesima edizione del rapporto Sace Simest si prospettava il raggiungimento di una cifra simbolica: “A questo ritmo, le vendite estere di beni italiani arriveranno a toccare il valore di 500 miliardi nel 2020 e supereranno i 540 miliardi nel 2022”. Mentre a distanza di pochi mesi si è giunti ad una frenata drammatica, con risvolti allarmanti.

Che la situazione sia grave, inoltre, lo dimostra la decisione senza precedenti presa da Pechino di rinviare il China Development Forum, in programma nella seconda metà marzo. Si tratta della più importante conferenza cinese alla quale ogni anno partecipano i più potenti Ceo mondiali, banchieri, economisti blasonati e accademici. Ufficialmente il Forum è stato solo sospeso, ma tutti credono che il rinvio equivale alla cancellazione.

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