sabato, 25 Maggio, 2024
Attualità

Clima. Mettere in sicurezza l’Italia

Come affrontare le cause in conseguenza degli effetti dannosi visibili e tangibili, diretti ed indiretti dei cambiamenti climatici è davvero complicato. Tutto il territorio manifesta problemi prioritari ed urgenti da affrontare: siccità, alluvioni, grandinate, trombe d’aria, incendi dolosi a boschi, a Parchi naturali e a depositi di materiali di scarto quale plastiche e rifiuti tossici. Ogni Regione della Penisola ha ormai in trattazione uno stato di calamità volontario o casuale. Da che parte iniziare? Ognuno deve fare la propria parte e fino in fondo, quindi non è ammissibile stare con le mani incrociate in attesa della “manna dal cielo”, bussando alle Casse dello Stato che, prima o poi, ma piuttosto prima, per la mancanza di regolari approvvigionamenti, sono destinate a rimanere vuote. Per fortuna che c’è la mamma Europa con i suoi fondi ordinari quinquennali e con quelli eccezionali.

Al Nord, una serie di eventi senza precedenti, hanno messo in ginocchio e a dura prova privati, imprenditori e responsabili politici locali. Al Sud, mani delinquenziali hanno fatto scempio di migliaia di ettari di verde e danni ingenti ad abitazioni, con vittime intrappolate nel fuoco.

Certamente alla base manca una regia preventiva capace di operare con adeguate risorse, strumenti idonei e personale sufficiente per impedire al sud che criminali singoli od organizzati, possano appiccare, indisturbati, il fuoco dove e quando vogliono.
Al nord, invece, impreviste precipitazioni potrebbero produrre danni solamente alle colture, mentre abitazioni, capannoni industriali e di ricovero, se adeguatamente strutturati, sicuramente potrebbero meglio
resistere alle furie di uragani e di proiettili di grandine che squarciano pareti di abitazioni in “carta pesta” o fanno saltare in aria tetti più o meno assicurati come gli “ombrelloni al mare” .

Occorrere una vera bonifica su tutti i fronti, riportando gli attuali ecosistema allo “status quo ante”, con riferimento alle situazioni morfologiche dei vari territori, dando alle aree fluviali gli spazi naturali e eliminando ostacoli di sorta e strozzature varie.
Occorrerebbe, altresì, attuare un fermo biologico nei settori di caccia e pesca e sospendere passaggi di navi mercantili e turistiche in tutto
il Mediterraneo perché l’inquinamento da rumore dei mezzi navali crea danni irreparabili alla cetofauna che vi abita in modo permanente (e ivi si riproduce) o in via temporanea, ovvero solamente accidentalmente.
Di cetacei nel Mare Nostrum ve ne sono numerose specie, tutte sensibili a qualsiasi forma di disturbo, compreso i fracassi provocati da navi alturiere e da crociere che ne danneggiano in modo grave il loro
habitat, comprese le navi da pesca con metodi di tipo a strascico in profondità vietate. Sicuramente i danni maggiori all’ecosistema marino sono prodotti da perdite di carichi petroliferi o da altre forme di inquinamento volontari.

Proprio il 26 scorso, in Australia un centinaio di esemplari di balene pilota si sono spiaggiate e circa la metà non è riuscita a sopravvivere. Ma l’inquinamento acustico, in particolare, è una delle cause fondamentali della loro messa in fuga. Un recente studio approfondito sugli effetti dei rumori alle cetofauna nel Mare Nostrum è stato fatto proprio da un ragazzo del sud, un giovane calabrese, Antonio Pasquale
Chiovaro, nella sua tesi di laurea, presso l’Universita’ di Torino – a compimento degli studi con la conseguita laurea con successo e lode in scienze naturali – dal titolo “Inquinamento acustico marino come minaccia emergente alla conservazione della cetofauna”. Sarebbe sicuramente interessante se, a livello di Governo, gli esperti di tutela dell’ambiente marino potessero prendere atto dell’intero contenuto della
sua ricerca e adeguarvi, ove possibile, provvedimenti normativi. Non meno dannoso è, altresì, l’incendio recente di una nave cargo con ben 2.900 auto nel Mare del Nord, ad appena un anno e mezzo circa dall’incendio della nave Felicity Ace, affondata al largo delle Azzorre con il suo carico di quasi 4 mila veicoli di un noto gruppo tedesco.

Non possono essere trascurate neanche le altre forme di inquinamento dirette da petroli, di cui è bene ricordare i circa 16 disastri petroliferi, con rilascio di quantità di petrolio nell’oceano, tra cui:
nel 1983, nel Golfo Persico, la piattaforma petrolifera Nostrum, a poca distanza dalle coste iraniane, proprio nel periodo del conflitto tra Iran e Iraq e il 6 agosto successivo la petrolifera spagnola Castillo de
Bellver prende fuoco, al largo del Sudafrica, in una zona estremamente sensibile a livello di flora e fauna; nel 1989 in Alaska nello stretto di Prince William altro incidente; è il 24 marzo e la petroliera Exxon
Valdez urta la scogliera di Bligh Reef e perde circa 37 mila tonnellate di petrolio, inquinando 1.900 km di costa, con danni all’ecosistema locale. Questo incidente è ancora oggi considerato uno dei maggiori
disastri per l’ecosistema globale.

La memoria più recente ci porta all’incendio durante la guerra del Kuwait, dei pozzi di petrolio il 25 febbraio del 1991, ad un mese della prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, mentre le truppe irakene, nella fuga in ritirata, incendiano centinaia di pozzi petroliferi, generando una catastrofe naturale senza precedenti. Un anno per spegnere gli incendi e gravi danni per l’ambiente e la salute dell’uomo. In date più recenti si citano i disastri della centrale nucleare di Chernobyl, la cui nube radioattiva raggiunge l’Italia il mattino del 30
aprile 1986, sorprendendo tutti nel sonno.

Per i disastri “Made in Italy” basta ricordarsi il 9 ottobre 1963, il disastro del Vajont, il 10 luglio del 1976, il più grave incidente della storia italiana con la nube di diossina sprigionatasi dalla fabbrica di
cosmetici dell’Icmesa a Seveso, in Brianza, nonché l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, il terremoto del Belice del 1968, quello del Friuli del 1976, dell’Irpinia del 1980, nonché dell’Aquila del 2009. Mentre la forma di inquinamento più recente riguarda la cosi detta “Terra dei fuochi”, costituito da discariche abusive lungo le strade e aperte campagne a cui veniva appiccato il fuoco come metodo per lo smaltimento clandestino anche di rifiuti speciali, usanze spesso adottate, quasi sistematicamente, in altre parti della Penisola, azzerando così le loro grosse scorte di rifiuti, ancora una volta a carico esclusivo della collettività.

L’inquinamento atmosferico ne permane la principale e anche la più tangibile causa dannosa, avvertita da ciascuno di noi in casa, negli ambienti di lavoro e sulle strade, polveri sottili comprese che entrano
nei nostri polmoni, a cui gli amministratori locali vi pongono rimedio con i divieti di circolazione più o meno temporanea di determinati veicoli considerati più inquinanti, nelle aree urbane. Un palliativo punendo le classi meno abbienti.

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