lunedì, 6 Aprile, 2020
Politica

Due ministeri per scuola e università

Le improvvise dimissioni di Fioramonti che ha lasciato il palazzone di viale Trastevere sbattendo la porta per i fondi, a suo dire, insufficienti, hanno aperto una crisi inattesa in un ministero chiave. Viste le vacanze natalizie, forse si poteva approfittare di questo periodo per riflettere attentamente su come risolvere il vuoto di potere aperto dalla scelta di Fioramonti.

Il Presidente del Consiglio ha, invece, rapidamente deciso di sdoppiare il Miur in due distinti ministeri e ha posto ai vertici delle due amministrazioni persone che, sulla carta, hanno requisiti adeguati a poter gestire queste complesse macchine.

È stata una scelta saggia? Probabilmente sì se si pensa alla enormità dei problemi organizzativi e di strategia che i due ministri devono affrontare e che da solo un ministro forse non potrebbe gestire adeguatamente.

La scuola ha bisogno di una profonda ristrutturazione che riduca a proporzioni accettabili il precariato e assicuri modelli organizzativi che diano stabilità all’insegnamento, evitando che l’anno scolastico cominci con docenti provvisori e che avvicendamenti frequenti rendano impossibile la continuità didattica, fondamentale per assicurare un’istruzione che non disorienti gli studenti.

I problemi della scuola riguardano, a parte l’edilizia scolastica che è una piaga gravissima, anche l’adeguatezza dei programmi, che vanno adattati alle mutate esigenze formative, e la necessità di assicurare aggiornamenti continui di contenuti e metodi di docenza.

Su queste colonne abbiamo scritto della necessità che i nostri studenti fin dalla prima elementare imparino la lingua inglese in modo da poter concludere il periodo dell’obbligo con il possesso del livello C1.

Abbiamo anche ricordato quanto sia cruciale migliorare l’insegnamento della matematica che va resa interessante e divertente e non una noiosa imposizione che discrimina tra chi è portato per questa disciplina e chi non lo è ma deve comunque acquisire gli strumenti di ragionamento e di analisi e risoluzione dei problemi che la matematica deve insegnare e che serve anche per affrontare altri contesti culturali.

Il neo ministro dell’Università e della ricerca è un Rettore di lungo corso e presidente della CRUI, la conferenza dei rettori. Quindi conosce i gravi problemi del mondo accademico e dovrebbe avere il coraggio, nell’arco temporale di tre anni, di rimodellare l’università italiana rendendola sempre meno autoreferenziale e sempre più attenta a formare professionalità richieste dal mondo che cambia e profili culturali di più alto livello.

Uno dei punti cruciali della riforma dell’Università riguarda proprio il percorso dei docenti e dei ricercatori.

Occorre sottrarre i concorsi universitari alle oscene logiche spartitorie che continuano a mandare in cattedra persone poco preparate ma funzionali agli accordi di varie cordate, senza alcun rispetto del merito e delle capacità di studio e di didattica.

L’impegno dei docenti universitari dovrebbe essere più prolungato e assicurare agli studenti un continuum di lezioni frontali, seminari, assistenza agli approfondimenti e all’elaborazione di testi. Occorre maggiore severità nella valutazione dei docenti universitari che ogni 5 anni dovrebbero essere sottoposti ad un’analisi di ciò che hanno fatto, di come hanno insegnato, di quanti libri abbiano scritto, di quanti ricercatori siano riusciti a far crescere in modo da poter individuare eventuali comportamenti lacunosi da censurare e punire sia in termini economici che con l’eventuale uscita dal copro docente.

Per dirla brutalmente ogni Ateneo dovrebbe essere libero di pagare i docenti sulla base di criteri oggettivi di valore e dovrebbe poter risolvere il contratto di docenza in presenza di inadeguatezza.

I ricercatori dovrebbero essere delle figure trattate con maggior rispetto. Anche in questo settore la meritocrazia dovrebbe essere l’unico criterio sia di selezione che di remunerazione. Nessun ricercatore dovrebbe restare in questo limbo a vita: in tempi certi e non lunghi l’università deve valorizzare i ricercatori che meritano facendoli entrare a pieno titolo nel corpo docente chiudendo i rapporti con coloro che non si siano dimostrati all’altezza.

L’Università deve trovare un dialogo più stretto con il mondo della produzione e della ricerca sia pubblica che privata e creare sinergie efficaci.

La riforma della ricerca scientifica dispersa in mille rivoli è più che mai indispensabile per creare poli di eccellenza in grado di competere e collaborare con i centri internazionali più prestigiosi.

L’elenco delle cose da fare per i due ministri sarebbe ancora lungo.

Ma potremmo sintetizzarlo in questa missione: ridare dignità all’insegnamento a tutti i livelli, rendere la scuola non un luogo di parcheggio ma una vera palestra di vita e porre le condizioni per evitare l’emigrazione dei cervelli.

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