sabato, 22 Giugno, 2024
Società

Il Governo che verrà e le ipotesi per le pensioni

Il conto alla rovescia per la riforma delle pensioni è iniziato. Il Governo  che uscirà dalle elezioni dovrà affrontare il dossier previdenza perché il sistema delle quote (oggi Quota 102) più Ape sociale e Opzione donna sono in scadenza, e in attesa ci sono centinaia di migliaia di persone. Devono sapere a che tipo di pensione dovranno accedere, quando uscire dal lavoro e con quale assegno.

La situazione oggi

I pensionati in Italia sono circa 16 milioni, di cui 7,7 milioni di uomini e 8,3 milioni di donne, e ammontano a circa 22 milioni di assegni pensionistici. Il 32% degli assegni previdenziali si attesta al di sotto di mille euro lordi al mese. Su questa ultima ampia fascia di cittadini già si addensano proposte politiche generose, come ad esempio, il portare le pensioni minime tutte a mille euro.

Conti e dubbi sul sistema

L’importo lordo delle pensioni erogate è di 312 miliardi di euro. L’importo medio mensile dei redditi percepiti dagli uomini è di 1.884 euro lordi, del 37% superiore a quello delle donne, pari a 1.374 euro.
La maggioranza dei lavoratori maschi lascia il lavoro con una pensione anticipata, mentre le femmine lasciano il mercato del lavoro con la pensione di vecchiaia. Due aspetti che sono al centro del dibattito. La
riforma per evitare la ricaduta alla legge dell’ex ministro Fornero (in quiescenza a 67 anni), dovrà affrontare il tema caro a tutti i partiti quello della flessibilità in uscita.

La posizione dell’Inps

Il nodo principale non è solo alzare le pensioni minime o dare maggior peso agli assegni di tutti, ma dove trovare i fondi. La situazione è complessa. Per innalzare gli importi servono più lavoratori attivi. A
sintetizzare il problema è il presidente dell’Inps Pasquale Tridico. “Abbiamo bisogno di più lavoro e di lavoro meglio retribuito se vogliamo assicurare al Paese la sostenibilità del suo sistema di welfare”, dice
il numero uno dell’Istituto, “Per l’equilibrio del sistema previdenziale, occorre garantire la sostenibilità della spesa, ma anche l’allargamento della base contributiva sia in termini di recupero del sommerso che di incremento della massa retributiva per i lavoratori regolari”.

I buoni segnali ci sono

Mentre le Associazioni di categoria e Parti sociali rilevano maggiori problemi per le imprese e lavoratori con il balzo dell’inflazione proprio questa spirale oggi all’8%, nel 2023 farà crescere le pensioni di 24 miliardi, dopo anni di penalizzazione, L’aumento deriva dal fatto che dal 2022 le pensioni sono tornate ad essere indicizzate all’inflazione per cui si ha un adeguamento al 100% per la quota di pensione fino a 4 volte il trattamento minimo, al 90% per la quota compresa tra 4 e 5 volte il minimo e al 75% per la quota superiore a 5 volte il minimo.

Quando andare in pensione?

Oggi la situazione è frutto del sovrapporsi di proroghe e Quote che hanno subito rimaneggiamenti. Negli ultimi due anni ad esempio anni si è passato da Quota 100 – terminata il 31 dicembre 2021 (62+38) – mentre Quota 102 terminerà il 31 dicembre di quest’anno (64+38). Oggi, tuttavia, è possibile andare in pensione a 67 anni con 20 di contributi (pensione di vecchiaia) o con 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne).

Ipotesi e costi per il 2023

L’Inps come il Ministero della Economica, le Associazioni di categoria e i Sindacati fanno i conti. Tenendo presente che le elezioni del 25 settembre e il nuovo Governo potrebbero cambiare radicalmente il sistema
previdenziale. L’ipotesi discussa ma sulla quale non c’è accordo – le trattative si sono interrotte a marzo – prevede un’uscita a 64 anni con almeno 35 di anzianità contributiva, a condizione di aver maturato un importo della pensione pari ad almeno 2,2 volte l’assegno sociale, ovvero 1.030 euro al mese se calcolata con il livello di assegno sociale del 2022 (468,11 euro). La proposta prevede il calcolo dell’intera pensione secondo il metodo contributivo. Ipotesi caldeggiata dal Governo dimissionario. Il costo per le casse dello Stato di questa opzione sarebbe di 880 milioni il primo anno (2023) per toccare poi un massimo di 3,7 miliardi nel 2029.

Seconda ipotesi più costosa

Altra possibilità prevede un’uscita a 64 anni sempre con almeno 35 anni di anzianità contributiva, a condizione di aver maturato un assegno pensionistico pari ad almeno 2,2 volte l’assegno sociale (1.030 euro al mese). E accettando un “ricalcolo della quota retributiva della pensione” che verrebbe ridotta di un fattore “pari al rapporto tra il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età di uscita e il coefficiente relativo all’età della vecchiaia”. Questa seconda ipotesi presenta una spesa per i conti dello Stato più alta: da 992 milioni nel primo anno (2023) a quasi 5 miliardi nel 2030, per poi scendere. Il maggiore esborso, secondo gli Uffici studi, è motivato dal fatto che la penalizzazione del 3% sulla quota retributiva per ogni anno di anticipo
non scalfisce la maggiore convenienza del sistema di calcolo retributivo (in base agli ultimi stipendi) rispetto a quello contributivo (in base ai contributi versati).

Terza ipotesi a risparmio

La terza ipotesi è al risparmio per i conti dello Stato. In pratica semaforo verde per un anticipo pensionistico della sola quota di pensione contributiva in presenza dei seguenti requisiti: 63 anni di età e 20 di contribuzione e un importo della quota di pensione contributiva superiore a 1,2 volte l’assegno sociale (562 euro). Al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia (67 anni, legati all’aspettativa di vita), al lavoratore verrebbe riconosciuta anche la quota retributiva della pensione.
Questa ipotesi ha il minor costo per i conti pubblici: quasi mezzo miliardo il primo anno (2023) fino a 2,5 miliardi nel 2029, per poi abbassarsi. C’è l’anticipo dello Stato di somme accumulate dal pensionando (metodo contributivo): nel futuro, anzi, si configura un risparmio per lo Stato, l’idea di fondo è meno anni di lavoro, importo della pensione più bassa.

I conti dell’autunno

La riforma come sottolineato ha una sua urgenza, ma bisognerà verificarne i costi e soprattutto vedere come vanno i conti dello Stato.
Nella primavera scorsa la riforma ebbe uno stop in attesa del Documento economico e finanziario, poi la crisi di Governo ha rimandato tutto all’aria. Ora in autunno i conti per quanto ci si impegnerà non saranno
migliorati, stando alle premesse di nuove emergenze. Il nuovo esecutivo dovrà fare una difficile quadratura del cerchio tra bilancio dello Stato, costi, e proposte dei partiti.

Condividi questo articolo:
Sponsor

Articoli correlati

Inps: A luglio calano le ore di cassa integrazione

Lorenzo Romeo

Inps lancia il nuovo sito online più accessibile ai cittadini

Emanuela Antonacci

Ance, Brancaccio: sui crediti incagliati si fa speculazione

Francesco Gentile

Lascia un commento

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:
Usando questo form, acconsenti al trattamento dei dati ivi inseriti conformemente alla Privacy Policy de La Discussione.