martedì, 9 Agosto, 2022
Società

Parte con un Ossimoro il passaporto digitale delle opere d’arte

Quando 150 anni fa Keynes e Fisher si contrapponevano con le loro teorie sulla domanda di moneta mai avrebbero immaginato che, dopo un secolo e mezzo, qualcuno avrebbe messo in discussione un concetto per loro inconfutabile, uno dei pochi probabilmente che li metteva d’accordo: la moneta è il bene fungibile per eccellenza.

Lo scorso 21 maggio può considerarsi una data epocale in questo senso, una vera e propria rivoluzione bianca. Nella trasmissione rotocalco 264 trasmessa un paio di settimane fa sul canale Cusano Italia TV del digitale terrestre è stata, infatti, presentata in prima assoluta dal Professor Giuseppe Miceli, Presidente dell’Osservatorio Italia Antiriciclaggio per l’Arte, la prima opera dotata di passaporto digitale.

Di che cosa si tratta esattamente? Facciamo un piccolo passo indietro.

È una idea, maturata già da alcuni anni dal Presidente Miceli, che trova finalmente la luce. Quella di una etichetta o di un chip da applicare sull’opera d’arte che ne consenta la tracciabilità, ma non solo, che possa permettere, da una parte di far acquisire piena consapevolezza del valore artistico e culturale del bene “materiale”, appunto l’opera stessa, ma, contemporaneamente, facilitare anche aspetti immateriali, ma sempre significativi, quali la compliance dei professionisti, delle imprese ovvero di tutti quei soggetti che interagiscono più o meno direttamente con il mercato dell’arte, parte dei quali, ne monitorano le movimentazioni sottostanti di denaro per intercettare eventuali attività illecite. Inoltre il passaporto certificherebbe l’originalità dell’opera: soltanto l’opera che ne è munita sarebbe quella originale mentre le altre sarebbero contraffatte. Un QR code presente sulla etichetta conserverebbe tutta una serie di informazioni non solo artistiche dell’opera d’arte, ma quelle più spiccatamente commerciali, che riguardano la titolarità dell’ opera.

E proprio in un sabato di fine maggio che viene presentata la prima opera d’arte munita di passaporto digitale. Si tratta dell’opera dell’ artista parmigiano Giorgio Gost. Una capsula del tempo, con all’interno delle banconote, bene appunto fungibile per eccellenza, che, in virtù di questa etichetta chip applicato all’opera stessa, incastonato nel bene, lo trasforma da fungibile a “non fungibile”. Da qui il nome dell’opera: Ossimoro, non Fungible Money. Un’opera materiale, tangibile, ma, come afferma lo stesso Presidente dell’Osservatorio Italia antiriciclaggio per l’Arte, il passaporto digitale può applicarsi anche ad opera digitali. Lo stesso afferma che “grazie al supporto di un altro socio attivo dell’Osservatorio, la Solidity due di Giulio Brandimarti, abbiamo  presentato anche la versione digitale dell’“Ossimoro” alla quale è stato abbinato un NFT realizzato dal nostro socio”.

Il riferimento è ai c.d. NFT, No Fungible Token, ovvero, come afferma Brandimarti, “quelle stringhe di codici che non possono essere replicate, in cui vengono inseriti tutti i dati di ciascun asset digitale”. Non si tratta dell’opera d’arte, ma di quel titolo all’interno del quale vengono inserite tutte le caratteristiche dell’opera, anche di quelle digitali (la fattura, la foto dell’opera, le parti salienti dell’ opera, la versione digitale del certificato emesso dall’artista ecc).

La politica è spesso sorda rispetto alle sirene dell’ innovazione, ma qualcosa si sta muovendo. “Importanti istituzioni pubbliche come L’istituto Poligrafico Zecca dello Stato” afferma il Professore, “hanno preso in forte considerazione questo progetto con la possibilità, in un prossimo futuro, che sia la stessa Zecca dello Stato a rilasciare questi passaporti”.

Keynes e Fisher sono avvisati.

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