venerdì, 1 Luglio, 2022
Il Cittadino

Porci senza ali

La reazione di Conte – l’unico leader politico con tanto di garante dell’intero panorama politico occidentale – per la nomina di Stefania Craxi alla Presidenza della Commissione Esteri del Senato mi ha molto colpito.

Sarà stato perché, forse, avevo apprezzato l’opportuno silenzio sull’altrettanto opportuna rimozione dello Zeista Senatore Vito Petrocelli da quella Presidenza; oppure perché la reazione durissima contro l’elezione di Stefania Craxi a quello stesso ruolo, politicamente mi è sembrata pochissimo considerata, senza effetto, quasi di stile e indirizzata soltanto a fazioni del popolo pentastellato.

Tra me e me ho commentato: «non sono più tempi di porci con le ali».

«Che ci azzecca?», mi sono chiesto subito dopo con una citazione “dipietrina”, tanto per rimanere nel meglio del peggior populismo emerso in Italia in questi ultimi trent’anni.

«Nulla», mi sono risposto; ma vanamente: l’idea è rimasta, è divenuta fissa ed assillante, impossibile da cancellare. Al punto che ne parlo qui: non per comunicare qualcosa, quanto perché spero che, dal dialogo con Voi, cari amici che seguite questa rubrica, riesca a capire perché quell’associazione di idee sia sorta.

Parto, quindi, in questa mia riflessione dal libro di Rocco e Antonia, pseudonimo quasi subito svelato, di Marco Lombardo Radice e di Lidia Ravera.

Cerco il volume nella mia libreria. Prima edizione, 1976: il che mi dimostra che da giovane ero attento alle novità culturali (ho anche un’altra curiosa edizione del 2016, a fumetti, con una magnifica sceneggiatura del mio amico Manfredi Giffone; che vuol dire che pure da vecchio non dormo). Scorro veloce il libro e non trovo alcuna attinenza col caso Conte-Craxi.

Penso al mio particolare e fino ad oggi segreto rapporto col libro.

Marco Lombardo Radice era il nipote di Arturo Carlo Jemolo (un monumento vivente; il primo laico il cui nome venne menzionato in un discorso ufficiale da un Papa, Paolo VI, dopo il Medio Evo). Ho avuto la fortuna nella vita di avere qualche dialogo e ricevere qualche insegnamento dal Professor Jemolo – Maestro del mio Maestro, l’indimenticabile Domenico Barillaro – di accompagnarlo in Cassazione o al Consiglio di Stato, di andare spesso, come fattorino nel suo ultimo Studio, in Via Fulcieri Paulucci de’ Calboli n. 9 (e sono così orgoglioso di avere anch’io il mio ultimo Studio in quella stessa via…). Ho raccontato quei tempi in un libretto, “In barca col professore”, riservato a un centinaio di amici, ma più per averne memoria io che con altri intenti.

Quando si seppe che Rocco era il nipote di Jemolo, figlio di sua figlia Adele, morta giovanissima pochi anni prima (nel 1970) ebbi da Barillaro il divieto di parlarne col Professore, proprio per non risvegliare il ricordo della figlia; ed un solo commento: «nel libro dice solo dei conflitti col padre; la mamma non la nomina mai».

Non ho mai conosciuto Marco Lombardi Radice, morto precocemente come la madre; né Lidia Ravera, anche se più volte ho avuto la tentazione di chiedere alla più intellettuale delle mie cugine – una mitica professoressa di lettere di un liceo classico di un quartiere alto-borghese, con minuscoli orecchini “falce e martello”, amica della scrittrice – di esserle presentato. Ma non avrei saputo cosa dire, salvo che mezzo secolo fa avevo letto il suo libro e che mi ci ero ritrovato dentro.

Ecco! Ragionando con voi ho capito il perché della mia strana associazione di idee!

Perché quel libro – al di là di ciò che ha rappresentato e rappresenta – esprimeva una società che si basava su valori culturali, che mutava profondamente i costumi sociali non per una moda o perché ispirata da un influencer, ma per una evoluzione profonda, dolorosa, maturata spesso attraverso scontri anche durissimi. C’era una cultura: che nel mio intendere non è data solamente dall’essere colti, perché la cultura si sviluppa spesso in persone che volte non lo sono, ma che hanno coscienza di un contesto. Il poeta analfabeta del magnifico film “Aspromonte, La terra degli ultimi” di Mimmo Calopresti ne è un esempio nitido.

Una società che a confronto di quella di oggi pare a me essere gigante.

Ma qui mi taccio.

Perché ogni considerazione su quei tempi mi trasformerebbe in un nostalgico ed un disadattato. Non lo sono, vivo il mio tempo, non denuncio nessuna discriminazione per ageismo.

Sono naturalmente e spontaneamente dalla parte delle novità e dei giovani.

Ma non posso non notare che la società tutta ha perso le ali, che sono emersi falsi idoli e falsi valori, che la bussola non indica con certezza il Nord, ma oscilla a caso, attratta da casuali magneti. Che la destra spesso fa la sinistra e la sinistra qualche volta la destra: unico discrimine le tasse. Così che le novità spesso non sono tali, ma soltanto una manipolazione oggi più che mai favorita dai sistemi di comunicazione.

Sopra ho usato la parola “contesto”. Come verbo sarei felice tornasse di moda: io a vent’anni contestavo (e visto che scrivo in un giornale ex democristiano lo dico: se a vent’anni non sei di sinistra non hai cuore; se a quaranta lo sei ancora non hai testa); come sostantivo è necessario: perché solo la coscienza di un “contesto” (titolo di un romanzo di Sciascia, da tenere sul comodino)  può darci la cultura e l’ironia, per trovare e seguire una pista utile verso il futuro.

Tutto e il contrario di tutto è, comunque e sempre, il mio motto.

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