giovedì, 26 Maggio, 2022
Società

Stati generali della natalità. Culle vuote. Tante proposte, manca una strategia

È accorso tutto il Gotha della politica italiana al secondo giorno degli Stati Generali sulla Natalità organizzato dal Forum delle famiglie, dalla ministra alle Pari Opportunità Elena Bonetti alla vice ministra al Mef, Laura Castelli con in braccio il figlio di 15 giorni; da Carlo Calenda, a Enrico Letta, Giorgia Meloni, Ettore Rosato, Licia Ronzulli, Matteo Salvini, perché il tema dell’“inverno demografico”, anche chiamato “culle vuote” preoccupa tutti.  Unanime la convinzione che troppo poco è stato fatto in termini di welfare familiare, dagli asili nido ai congedi parentali e, soprattutto, per quanto concerne la conciliazione tra gli impegni professionali e familiari.
Dall’indagine realizzata dall’Osservatorio Famiglie di Sfera MediaGroup risulta, infatti, che nell’80% dei casi le mamme dichiarano di aver avuto conseguenze negative soprattutto legate alla difficoltà di conciliazione lavoro/famiglia a seguito della nascita del primo figlio, aumentando così la paura nel pensare a un figlio successivo. Emerge, poi, come le aziende alimentino le paure, sfavorendo o non esprimendo una posizione chiara sul tema e non attivando strumenti di welfare dedicati.
La ministra Elena Bonetti si è detta pronta a garantire i decreti attuativi del Family act entro fine legislatura e a correggere “eventuali criticità” nell’assegno unico, impegni ai quali, però, potrà adempiere solo dal momento in cui la legge-delega per le politiche familiari entrerà ufficialmente in vigore. Una misura che, in realtà, non soddisfa tutti: “Il Family Act, con l’istituzione dell’assegno unico, non è una risposta sufficiente per fermare il calo demografico del Paese – ha commentato la senatrice Paola Binetti dell’UDC -. Nel 2050 l’Italia avrà 5milioni di abitanti in meno, con un invecchiamento progressivo della popolazione che creerà necessariamente nuovi problemi sul piano della relazione di cura e delle stesse politiche previdenziali”. Dello stesso avviso la vicepresidente dei senatori di Forza Italia, Licia Ronzulli: “La politica ha fatto molto ma deve fare ancora molto”, a partire da “un fisco amico per le famiglie, non tassare la casa e aiutare i giovani ad avere un accesso facile al credito”.
Secondo Enrico Letta, il primo obiettivo al quale l’Italia deve puntare per uscire dall’inverno demografico è “un grande patto Paese per l’obiettivo terzo figlio, come è stato fatto in Francia, affinché questo diventi la normalità per la nostra società”. “Il secondo obiettivo – ha proseguito il segretario del Partito Democratico – è integrare nel nostro Paese bambini che non sono nati in Italia ma che parlano italiano e che è giusto diventino italiani”.
Per il coordinatore nazionale di Italia Viva Ettore Rosato è un problema di investimenti troppo ridotti da parte dello Stato: “Sicuramente il Family Act può contribuire a risolvere il problema, ma serve che le forze politiche inseriscano delle risorse nella Legge di bilancio”. In linea, ma ancora più critica, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: “Il Pnrr non ha tra le priorità il sostegno alla maternità. Ed è anche un problema dell’Europa che ha un piano per ogni cosa ma non per le famiglie”
Matteo Salvini, dall’aula bunker del tribunale di Palermo per il processo Open Arms, suggerisce di copiare il modello ungherese:” Da qualche anno c’è una legge per la natalità che aumenta del 5% la percentuale dei bimbi nati ogni anno – ha detto il leader della Lega in un videomessaggio -. Si fonda su prestiti a tasso zero per chi si sposa e fa dei figli, sull’eliminazione come soggetto tassato e tassabile una mamma dal quarto figlio in poi, sulla previsione di congedi parentali fino al terzo anno di vita per i nonni e la concessione di un bonus di 7 mila euro per una macchina da 7 posti per le famiglie numerose. Un bonus una tantum non inverte il drammatico trend demografico”.
Tra gli strumenti di welfare ritenuti più determinanti dalle mamme, dunque, svettano quelli per la conciliazione: con la richiesta di flessibilità oraria (50%), seguita dall’asilo nido aziendale (24%). In questo senso, oltre il 70% dei rispondenti (che sale all’80% tra chi lo ha già provato) valuta lo smart working un alleato utile alla conciliazione e la maggior parte accetterebbe di farlo.
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