giovedì, 26 Maggio, 2022
Manica Larga

Capitalismo senza inclusione? No grazie

In medias res, le parole della settimana: “Io oggi le donne le ho messe, ma sono -anta. Se dovevano sposarsi si sono giá sposate. Se dovevano far figli li hanno giá fatti. Se dovevano separarsi hanno fatto anche quello. E quindi diciamo, sono lì belle tranquille, con me, al mio fianco e lavorano h24”.

Se da un lato era prevedibile che le parole dell’imprenditrice Elisabetta Franchi sollevassero un polverone, dall’altro è altrettanto vero che se c’è una caratteristica che, secondo la letteratura, accomuna gli imprenditori è il fatto che ciascuno concepisca il modo di fare azienda dalla propria particolare prospettiva.

Per esempio, come ebbe a sottolineare un famoso imprenditore nel mondo del fintech, se lavori per me in fondo lavori per soddisfare la mia personale visione del business. Tradotto è una questione di cultura d’impresa, ovvero come io voglio si lavori giorno dopo giorno, e se non ti sta bene semplicemente cerchi altrove.

In linea generale, si chiama libero arbitrio, principio sulla carta tanto vero per chi cerca lavoro quanto per chi lo offre, sempre assumendo che il mercato funzioni e quindi che esista una reale possibilitá di scelta.

Capitalismo e inclusione sociale

Tuttavia, il tema enorme che Elisabetta Franchi ha sollevato  è quello dell’inclusione sociale. Per certo, se la sua posizione può essere condivisibile da chi la pensa come lei, dall’altro pone un tema generale su che genere di capitalismo vogliamo.

In queste settimane ha ritrovato slancio il dibattito su come ripensare in chiave inclusiva il capitalismo. Complice una pandemia ancora in corso, l’interruzione delle catene di approvigionamento, l’inflazione alle stelle, la stretta delle banche centrali, centinaia di posti di lavoro andati in fumo e venti di guerra, autorevoli voci hanno espresso la propria opinione per contribuire al dibattito pubblico.

Per esempio, se da un punto di vista economico la soluzione è piuttosto semplice, argomenta ragionando sul piano macro Raghuram Rajan, economista indiano, ex banchiere centrale e professore di finanza nel tempio del pensiero liberista, l’Universitá di Chicago, la vera questione rimane tutta politica.

Inclusione sociale al lavoro

E se è vero che compito della politica è fornire risposte sui macrofronti della stabilitá sociale e della conservazione del mondo in cui viviamo, sottolinea l’economista Thomas Piketty nel suo appena pubblicato A brief history of equality, secondo McKinsey è altrettanto vero che i leader politici potrebbero utilizzare approcci collaudati per favorire le pari opportunitá, proprio a partire dagli ambienti di lavoro.

In particolare, stando alla ricerca, la chiave è favorire diversitá e inclusione perchè sono queste alla base della capacitá di innovazione necessaria per sopravvivere e crescere nel mercato, altro punto che accomuna tutti gli imprenditori.

In fondo, come mette in luce Stephen Whitehead, studioso di tematiche di genere e cultura organizzativa nel suo libro di prossima pubblicazione Total inclusivity at work, si tratta di decidere da che parte stare: se lavorare per una organizzazione oppure per costruire comunitá inclusive.

 

Sponsor

Articoli correlati

L’Agroalimentare italiano conquista i mercati mondiali con le joint venture. AIM? Scelta essenziale

Angelica Bianco

Kurt e i Quirinabili

Federico Tedeschini

Borsa, gli utili 2021 oltre le attese

Diletta Gurioli

Lascia un commento