lunedì, 9 Dicembre, 2019
Editoriale Esteri

Paesi sull’orlo di catastrofi umanitarie

L’International Rescue Committee, organizzazione non governativa globale di aiuto umanitario, fondata nel 1933 su richiesta di Albert Einstein, ha divulgato un rapporto da cui risulta che attualmente ben 21 Paesi sono a rischio di catastrofi umanitarie. Dallo studio risulta infatti che questo sarà un altro anno molto difficile per milioni di persone. Guerre, carestie e disastri naturali, minacciano la sicurezza e l’incolumità di diverse popolazioni, dal continente africano passando per il Medio Oriente e il Sud America.

Molti Paesi indicati nella triste classifica vivono già da anni questa grave e drammatica situazione tra cui: lo Yemen, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, mentre altri sette Paesi a rischio, sono stati individuati dagli esperti dell’I.R.C. e sono: Afghanistan, Venezuela, Repubblica Centrafricana, Siria, Nigeria, Etiopia e Somalia. I rischi sono sia umani (conflitti armati o collasso economico) che naturali (siccità, inondazioni e altri eventi legati al clima). Le migrazioni rappresentano un altro elemento determinante: dai 10 paesi citati, infatti, sono fuggiti circa 13 milioni di rifugiati, il 65% del totale mondiale.

Lo Yemen, con la guerra civile iniziata nel 2015, che vede contrapposta la coalizione araba guidata dal’Arabia Saudita ai ribelli sciiti Houthi, è il paese in maggiore difficoltà. Lo Yemen sta vivendo quella che attualmente è la peggiore crisi umanitaria del mondo. Il Programma alimentare mondiale (PAM) riferisce che oltre 24 milioni di persone, di cui la maggior parte bambini, vivono soffrono di una totale insicurezza alimentare, e si contano 3,6 milioni di sfollati. Inoltre, oltre alla grave carestia che pervade nel paese, si è sviluppata anche la peggior epidemia di colera nella storia moderna, che ha colpito oltre un milione di persona. 

La guerra che da due decenni ha colpito la Repubblica Democratica del Congo, ha prodotto povertà e carestia a 13 milioni di persone. Secondo l’Onu, gli sfollati interni nel 2017 sono circa 4,5 milioni. Il Paese deve fare i conti inoltre con un’epidemia di ebola. I contagi oggi sono oltre 2.000 e il tasso di mortalità è del 67%. Purtroppo i continui scontri, tra i ribelli e le forze regolari, rendono sempre più complesso l’intervento degli operatori umanitari. La gente scappa attraversando i confini con l’Uganda, andando così a ingrossare campi profughi già sovraffollati oltremodo, e i contagi si moltiplicano. 

Dal 2012 non si ferma il conflitto in Sud Sudan e circa 6 milioni, colpite da un grave stato di carestia, non hanno più una casa. La popolazione ormai allo stremo, è sottoposta a rapimenti e raid armati con esecuzioni extragiudiziali che ostacolano fortemente gli aiuti umanitari. Questa è la fotografia del Sud Sudan dall’inizio del 2019, nonostante il governo del presidente Salva Kiir abbia firmato, il 12 settembre 2018 ad Addis Abeba, il Revitalised Agreement on the Resolution of Conflict in South Sudan (R-Arcss), un cessate il fuoco con Riek Machar, ex vicepresidente e ora leader dei ribelli. Secondo le Nazioni Unite, a causa del conflitto, risultano che siano sfollati dal Paese 1,6 milioni di persone, e 800 mila abbiano trovato rifugio negli stati vicini, e che la pressione inflazionistica è arrivata al 650%.

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