giovedì, 14 20 Novembre19
Attualità

Il razzismo? Si batte con l’educazione

Fa discutere l’episodio avvenuto in Lombardia durante una partita di calcio del Settore Giovanile, in cui uno dei baby calciatori sarebbe stato insultato per il colore della pelle. Il caso si è verificato poco dopo quello che ha avuto come protagonista l’attaccante del Brescia e della Nazionale Italiana, Mario Balotelli, bersagliato dalla tifoseria avversaria. La domanda sorge spontanea: il virus del razzismo ha contagiato anche il popolo italiano o si tratta di fatti sporadici, frutto di ignoranza e maleducazione?

Per trovare la risposta ai nostri interrogativi ci siamo rivolti ad un esperto, il professore Giuseppe Tognon, ordinario di Storia dell’educazione presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) di Roma e Presidente della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

Giuseppe Tognon, Ordinario di Storia dell’educazione Lumsa

Professore che costa sta succedendo?
“C’è un problema di decadenza del linguaggio. Come è noto la lingua esprime il grado di autocontrollo della società. Oggi, purtroppo, assistiamo alla perdita di autocontrollo nelle relazioni sociali. E ciò in quanto una serie di fattori economici, culturali e sociali hanno aumentato l’isolamento tra le persone”.

Questo che cosa comporta?
“Il risultato è che ciò che prima veniva, in una certa misura, tenuto a freno, oggi dilaga. E questo è il segno di un bisogno di aiuto. Prima di condannare i singoli fenomeni, bisogna capire che le persone vivono una situazione di individualismo esasperato che rende difficile il sentimento di far parte di una comunità”.

Di chi la colpa?
“La diga dell’autocontrollo è venuta meno anche sul piano del linguaggio politico e televisivo. La politica ha superato da tempo, un po’ in tutta Europa, i limiti che si era imposta sulla scena pubblica, vale a dire dare il buon esempio e non parlare con la pancia. Stiamo vivendo quello che negli Stati Uniti  ha portato ad una legislazione molto dura verso tutti coloro che usano le parole contro le donne, le persone di colore, gli immigrati. Nella società puritana americana si deve stare molto attenti sui luoghi di lavoro, per strada, nella comunicazione, perché non si possono fare apprezzamenti sulle singole persone che rinviino a condizioni del corpo, colore della pelle, ecc. Nel Vecchio Continente questo non c’era, perché i legami sociali del linguaggio erano più stretti”.

Esiste, a suo giudizio, un “antidoto”?
“Si è visto che daspo e condanne non funzionano più, perché dappertutto si usa un linguaggio triviale. La soluzione si sposta su un piano di lungo periodo. Bisogna parlare di questi fenomeni, non minimizzare mai e, soprattutto, richiamare a uno sforzo di educazione che non si limiti alle buone maniere”.

Purtroppo lo sport non è esente. Nemmeno l’ambito giovanile…
“Due cose mi hanno colpito dell’ultimo episodio”.

Quali?
“Innanzi tutto il fatto che l’offesa sia stata profferita da una donna”.

Perché?
“Finora si considerava che la parte femminile della società fosse depositaria di una maggiore sensibilità nei confronti della infanzia per ragioni ovvie e si attribuiva alla parte maschile una grossolanità assente nelle donne”.

L’altro aspetto al quale faceva cenno quale è?
“La circostanza che l’offesa sia diretta ad un bambino e sia stata pronunciata in pubblico”.

In che senso?
Colpire i bambini con argomenti di cui loro non sono responsabili vuol dire colpire tutta l’infanzia. Significa che la nostra società non riesce più ad inquadrare bene l’infanzia; anzi prova una certa insofferenza riguardo al fatto di allevare ed educare che, al di là delle opinioni, comporta tanta fatica ed impegno. Queste parole urlate verso i più piccoli sono un  modo per testimoniare che non si vuole più far fatica, come si dovrebbe, rispetto a qualcosa che fino ad oggi è stata sacra, cioè l’infanzia”.

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