mercoledì, 26 Gennaio, 2022
Società

Educazione sentimentale e violenza sulle donne

Il 25 novembre si è celebrata la giornata sulla violenza contro le donne. Non amo in particolare le ricorrenze e aspetto sempre di vedere quello che resta di residuale dopo che una celebrazione si è consumata, perché è lì che si misura il vero peso che questa ha per la società e quanto il valore che si desidera diffondere è intessuto dentro le trame della coscienza collettiva. Ecco perché torno giorni dopo sull’argomento, per pungolare, tenere vivo e vigile il cuore e lo sguardo di chi legge, ma, soprattutto, perché le questioni interconnesse sono decisive: parliamo di relazione. Parliamo, dunque, non di astrazione, ma di costituzione e fondamento della nostra ed altrui identità, della nostra ed altrui salute, della nostra ed altrui esperienza esistenziale. Parliamo, infine, a Dio piacendo, del significato che saremo in grado di attribuire alle nostre vite. Ripetere i dati è inutile e lezioso da parte mia: tante, troppe, donne ridotte a strumento, violate. Tante, troppe donne morte ammazzate. Non accade così per gli uomini.

Un dovere, da parte mia, è evidenziare che c’è un certo numero di uomini che subisce violenza, per lo più psicologica e patrimoniale, da parte di donne, ma le differenze numeriche e di contenuto saltano all’occhio. Quanti sono gli uomini uccisi da donne che li consideravano loro oggetti? Esiste un linguaggio, tanto volgare e denigratorio quanto quello riservato alle donne, per definire un uomo che vive la propria sessualità liberamente? L’elenco delle differenze di genere si appresta ad essere troppo vasto per poterlo dipanare qui.

Ma è proprio da qui che la questione parte…nel 1950 Simone De Beauvoir scrisse “Il secondo sesso”, un libro cruciale, che aprì la riflessione sulla questione femminile, e lo fece sottolineando quanto “donna non si nasce, ma si diventa”, perché è l’educazione impartita in modo differente e con diverse aspettative, licenze e divieti, a determinare la distinzione tra uomini e donne. Eppure, rimarcava Simone De Beauvoir, “noi afferriamo l’universo con gli occhi e con le mani, non con il sesso”. È tempo, tutti, di dire “basta!”, senza nessuna clemenza (verso noi stessi per primi), di rivoluzionare sguardo e conseguenti ruoli, falsi, che creano solo disperazione, quando non morte.

Esiste, radicata, una violenza psicologica, meno evidente del sangue che scorre, ma sempre terreno, presupposto, per la proliferazione di questi aborti di relazione, che creano morte, orfani, assassini: diversi esiti, diversi livelli di danno, in un’iperbole di dolore, che si sta tramandando di generazione in generazione.

Viviamo in una società che pesa di visioni narcisistiche, dissociate, in cui l’altro è strumento di soddisfazione di bisogni o oggetto di affermazione di valore, non persona, non essere senziente, non individuo che soffre e gioisce al pari. Occorre una nuova formazione primaria, un’educazione sentimentale che insegni il rispetto della dignità dell’altro come percorso, non solo imprescindibile in termini di dovere, ma avvincente in termini di esperienza esistenziale: l’unico modo per arrivare davvero alla riuscita dell’incontro con l’altro. Dobbiamo ridiscuterci e insegnare il valore sentimentale dell’altro ai bambini, e dobbiamo cominciare nelle nostre case. E continuare, finché non conteremo più dolore, finché l’amore sarà amore.

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