sabato, 29 Gennaio, 2022
Società

“Io vaccinata, contagiata, abbandonata a me stessa”

Il racconto di un'esperienza da cui emergono inefficienze gravi

Attraverso un conoscente, sospetto no vax, una mia amica, super vaccinata, ha comunque contratto il Covid. Ho voluto raccogliere la testimonianza della sua rocambolesca disavventura, perché, senza nulla togliere all’efficacia del piano vaccinale, all’efficienza degli hub e, soprattutto, alla dedizione e bravura di medici e infermieri, se la mia amica non fosse stata una persona acculturata avrebbe potuto commettere molti errori anche fatali per la sua salute. Perché è il sistema sanitario che non funziona e lascia i contagiati molto alla mercé di sé stessi. Ecco il suo racconto:

Settimo giorno di Covid, nono di quarantena. Rinuncio alla mia privacy, non posso resistere alla tentazione di raccontare le contraddizioni che vivo in questi giorni. Questo pomeriggio dopo quattro giorni di attesa da che il mio medico di base ha fatto la segnalazione, ho finalmente ricevuto la telefonata dell’Uscar, l’assistenza a domicilio, nei panni di una giovane infermiera che mi dice: “Signora tra dieci minuti veniamo a farle il tampone!”. Dico io: “Ma guardi, sono positiva, l’ho fatto per conto mio perché avevo la febbre a 38 da due giorni!”. Non solo stavo male, ma sapevo di essere stata a contatto con una persona infetta ma per la ASL era troppo presto per la prescrizione del tampone. Roba che, se fossi stata asintomatica, avrei sparso corona virus ovunque.

Stupore, balbettii di sottofondo da parte del team Uscar, poi un infermiere più deciso che commenta: “Allora non si viene più!”. “Ma no aspettate, non chiudete, venite lo stesso, avrei bisogno che qualcuno mi sentisse i polmoni, perché ho paura di non stare proprio bene…”. Ho provato a commuoverli, ma ecco cosa mi hanno detto: “Chiami il 118, sono loro che decidono dove mandarci”. Ho provato a insistere: “Almeno tornate a farmi il tampone, devo rifarlo!”. “Signora lei ce l’ha l’automobile? Vada al Forlanini! Oppure chiami il suo medico di base e chieda un altro intervento”. Fine della chiamata da “numero privato”, irraggiungibile caso mai volessi insistere! E se la macchina non l’avessi avuto, se fossi stato un anziano o sprovvista di patente? Se fossi stata ancora infetta?

Punto primo: l’Uscar ha chiamato con quattro giorni di ritardo. Punto secondo: come ho detto il tampone molecolare l’ho fatto privatamente, ho pagato 130 euro il test a domicilio perché per la Asl avrei dovuto comunque aspettare sette giorni dai primi sintomi del contagio restando in “vigile attesa” a base di tachipirina. Questo concetto del dover attendere i sintomi è ormai scritto sui muri che non funziona. Chiedo, dunque, al mio medico di sostituire la vigile attesa a base di paracetamolo, con antibiotici e antinfiammatori. Il caro vecchio acido acetilsalicilico con acido ascorbico, per non fare nomi aspirina C e l’azitromicina. Devo anche dire che c’è stato un interessante dibattito nato in questi giorni sugli antinfiammatori tra i miei parenti e amici continuamente informati del mio stato di salute. Nella graduatoria si va dal nimesulide, il più forte, all’aspirina C unita all’acetilcisteina, che ho preferito di gran lunga. La bronchite almeno è passata. 

A questo punto, però, non bisogna illudersi ma aspettare se si verifica o meno la tempesta di citochina, la risposta infiammatoria incontrollabile dal sistema immunitario tipica di questo virus e che si verifica quando i primi sintomi “influenzali” passano. Bisogna attendere pazientemente, incrociando le dita. È a quel punto che devi continuamente controllare il saturimetro, pronta a scappare in ospedale in caso di valori al di sotto di 94. Io litigo con i due saturimetri che ho in casa e che non segnano mai lo stesso tasso di ossigeno. Quando quello bianco segna 94, quello blu sta a 97. E intanto mi domando: ma chi non lo sa e pensa di essere guarito? A me non lo ha spiegato nessuno, lo sapevo di mio.

Mi è andata bene, si tratta di aspettare ancora qualche giorno per essere di nuovo negativa. Proseguo la quarantena, oramai da 14 giorni. Un giornalista mi scrive chiedendomi: “Come va? Mi dicono che potresti verificare il tuo Greenpass per vedere se è valido perché nessuno segnala che tu sei malata. Potrebbe essere un articolo per il giornale”. “Sì – gli rispondo – in effetti il mio Greenpass è sempre lì sulla App Io. C’’è ed è valido”. “Hai visto? In teoria tu potresti andare ovunque e contagiare tutti”. “Ma dai – gli scrivo – che vuoi dire? Stai forse insinuando che siamo un Paese di untori?”. “Sto dicendo che il sistema di controllo è inutile, non funziona. Non capisci? Se ti ammali il Gp dovrebbe sospendersi, no?”. “Capisco, capisco …ma dove vuoi arrivare, ai microchip sottocutanei?”. “No, dico che il computer del Ministero della Salute dovrebbe funzionare meglio”.

Il problema c’è ed è interessante, ma non intendo prestarmi alla diffusione di ulteriori incertezze generali: viviamo in un clima di paura, (per non dire di odio in certe piazze), ogni giorno si perde un po’ di terreno parlando con terrore del virus, dei vaccini e degli altri che non la pensano e non si comportano come noi. I più complottisti speculano in questo habitat che fa crescere posizioni divisive. C’è la politica che spinge, ci sono i provocatori che alzano i toni, c’è tanta gente che partecipa al dibattito che si è generato intorno al Covid, più o meno bene intenzionata a trovare una linea di condotta personale e soprattutto collettiva. Perché il tema ha una valenza sociale, di mezzo c’è la convivenza, io dico ripensando alla richiesta del giornalista, che vorrebbe un maggiore controllo su di me, non più vittima del Covid, ma affiliata di una ipotetica frangia antagonista: i positivi. Coloro che infettano, ipoteticamente, certamente. Tutti i contagiati potrebbero far parte del clan. Ma non scherziamo. Ecco vorrei che si ripensasse all’utilità di avere un Greenpass. Che non è uno strumento obbligatorio, anche se lo si deve mostrare per entrare in alcuni luoghi di lavoro, nei teatri, al cinema etc., esclusivamente per la sicurezza di tutti. E poi c’è il buon senso. La migliore arma per chi è malato e per chi dovrebbe essere sano di corpo e di mente. Usiamolo, perché se esiste un senso comune – e qui sospendo il giudizio – non credo che si possa prefigurare un futuro peggiore di quello armato dalla paura.

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