venerdì, 6 Dicembre, 2019
Editoriale Salute

La Cardiochirurgia è passione e innovazione. Valerio Mazzei: studio, tecnica e sentimento

Il dottor Valerio Mazzei, è un’eccellenza della cardiochirurgia italiana che presta la sua opera presso la Fondazione Giovanni Paolo II di Campobasso. Aperto al confronto scientifico, disponibile sui temi divulgativi della medicina e della sua disciplina professionale. Ha la dote di riconoscere l’importanza dei suoi maestri passato e di indicare la strada della ricerca verso il futuro.
“L’aver lavorato per tanti anni fianco a fianco con il Professor Calafiore, è stata la svolta della mia vita professionale”, ricorda tra l’altro Valerio Mazzei nella intervista che ha gentilmente concesso a La Discussione. Un racconto della sua vita professionale, del suo impegno a favore dei pazienti, delle ricerche e tecniche in un campo così delicato e impegnativo come la cardiochirurgia.

Il dottor Valerio Mazzei

Dr. Valerio Mazzei, lei è un’eccellenza della cardiochirurgia italiana. Al suo attivo ha studi, ricerche ed un volume di interventi che sono un fiore all’occhiello per le discipline cardiochirurgiche. Oggi a lei sono riconosciute nuove tecniche operatorie che ha studiato, innovato e diffuso. Ci può parlare di queste tecniche?
La tecnica cui lei probabilmente fa riferimento, si chiama MiECC (che è l’acronimo di Minimal invasive Extra Corporeal Circulation). È una tecnica di circolazione extracorporea (CEC) biologicamente minimamente invasiva. Vede, quando noi operiamo a cuore aperto, usiamo generalmente una macchina che si chiama cuore-polmone; questa, si sostituisce al cuore ed ai polmoni del paziente, facendo sì che durante l’intervento, quando il cuore è fermo, il sangue che ritorna dalla periferia del corpo, viene drenato da una linea venosa (tubi), immesso in un ossigenatore, che, come dice il nome, lo satura di ossigeno, e lo riporta al cuore tramite una linea arteriosa; per tale motivo la macchina è detta cuore-polmone.

Bene, nella circolazione extracorporea usuale, le varie linee o tubi sono riempite con della soluzione sterile e vi è un contenitore tra la linea venosa e la linea arteriosa, detto reservoir, che serve da riserva di liquidi da infondere al paziente. Normalmente sono circa 1500 cc (1,5L) di tali liquidi che vengono immessi in circolo ed emodiluiscono il sangue del paziente. Nella MiECC tale contenitore (reservoir) non c’è, ed è sostituito dal paziente, le linee molto più corte che nella CEC classica, sono riempite con il sangue drenato dal paziente stesso ed il circuito è chiuso. Questo cosa comporta quindi? Con minore o assente emodiluizione, si riducono i fattori dell’infiammazione, si riducono drasticamente le trasfusioni di sangue e tutto ciò si traduce in una minore degenza sia in terapia intensiva che in reparto.
Il paziente reagisce subito all’intervento, sentendosi presto in forza visto che il valore della sua emoglobina è rimasto normale; quindi dimissioni precoci e, non per ultimo, quindi, una netta riduzione dei costi per le strutture. Tale tecnica, iniziata dal Prof. Kiriakos Anastasiadis, a Salonicco, in Grecia, all’inizio degli anni 2000, si è poi diffusa nel resto d’Europa. Personalmente ho iniziato a usare tale tecnica nel 2004, nel centro da me diretto a Messina. Già dopo 2 anni era diventato il primo centro in Italia come numero di interventi eseguiti con tale metodica. In questi ultimi anni, ho trasferito le mie conoscenze anche in altri centri in cui ho lavorato, come Bari e presso l’Università Cattolica di Campobasso, dove tale tecnica è diventata di uso quotidiano; ho pubblicato su riviste internazionali di alta valenza scientifica, come Circulation e Nature. Faccio parte della Faculty della MiECtis, che è la società internazionale della MiECC e, voglio dire con orgoglio, che tale metodica ormai è diventata bagaglio scientifico normale di molti altri centri di alto livello internazionale.
Ho portato la mia esperienza in numerosi congressi europei e americani. Credo, che noi chirurghi, che solitamente siamo un po’ restii a cambiare le nostre abitudini, dovremmo aprirci di più verso tali metodiche.

Il cuore, pur avendo come alleati i progressi della medicina e della tecnologia, con l’infarto rimane la prima causa di morte nel mondo. Si parla di più fattori, dalla alimentazione, alla sedentarietà, lo stress e gli stili di vita. Gli studi più recenti cosa dicono?
È proprio vero: secondo l’OMS l’infarto miocardico è la prima causa di morte al giorno d’oggi. Le cause possono essere multifattoriali. 1. L’alimentazione sbagliata: sarebbero da abolire o almeno da ridurre drasticamente i grassi, soprattutto quelli animali, le fritture e gli zuccheri; 2.  La sedentarietà che associata alla cattiva alimentazione porta all’obesità; 3. Il fumo ma anche la genetica e quindi la familiarità hanno la loro importanza. Gli studi più recenti parlano anche della cosiddetta “Sindrome Metabolica”, in cui diversi fattori concorrono ad aumentare la possibilità di sviluppare patologie a carico dell’apparato cardiocircolatorio. Alcuni di questi fattori sono: obesità, dislipidemia, diabete insulino-resistente, ipertensione, alti livelli di colesterolo L-DL. Quindi gli stili di vita influenzano senz’altro tali patologie.

Lei voleva fare il cardiochirurgo, oppure è stata una scelta dettata dal caso?
Fin da ragazzo volevo fare il medico ed, in particolare durante gli studi universitari, l’organo che più mi affascinava era il cuore. Credo che i primi trapianti di cuore, Christian Barnard, e soprattutto un libro del cardiochirurgo pediatrico siciliano, Gaetano Azzolina, dal titolo “Sulla nostra pelle” mi abbiano influenzato positivamente e invogliato a scegliere questa difficile branca.

Lei ha lavorato anche a Chieti, città dove ha conosciuto e lavorato con il Prof. Antonio Maria Calafiore, che è stato ed è un innovatore nella cardiochirurgia internazionale. Come era il suo rapporto in una equipe che ha gettato le basi di una nuova scuola in cardiochirurgia per ricerche e interventi?
L’aver lavorato per tanti anni fianco a fianco con il Prof. Calafiore, è stata la svolta della mia vita professionale. Da lui ho appreso, agli inizi degli anni ’90, le nuove tecniche di rivascolarizzazione miocardica (in caso di infarto), i cosiddetti bypass, con condotti arteriosi e non più con le vene prelevate dalle gambe; le nuove tecniche per fermare il cuore in CEC, con un liquido che si chiama Cardioplegia, che altro non era che sangue del paziente e potassio, che a tutt’oggi viene chiamata in tutto il mondo “Cardioplegia secondo Calafiore”. Ho da lui appreso la tecnica dei bypass a cuore battente, diffondendola poi in tutti i centri dove sono stato, compreso il Bangladesh, dove il Prof, Calafiore mi mandò ad insegnare la chirurgia coronarica. La mia esperienza nella sua scuola è stata costruttiva e mi ha insegnato tanto, soprattutto l’umiltà in questa professione così delicata. Ho notato nel corso della mia vita professionale che l’umiltà va di pari passo con la bravura! A Chieti con l’equipe del Prof. Calafiore ho conosciuto i più grandi cardiochirurghi del mondo, che venivano presso il nostro centro, in fondo in una piccola cittadina dell’Abruzzo, a vedere le tecniche più innovative per quell’epoca. Ricordo che spesso operavamo in diretta via satellite con varie città del mondo, sedi di convegni internazionali. Una grande scuola ed una grande equipe di chirurghi, anestesisti, tecnici ed infermieri.

Lei è chiamato ad operare in luoghi e città diverse, ci sono divari tra Nord e Sud per tipo di strutture e formazione medica?
Sinceramente, ho lavorato in varie città del Centro-Sud italiano e non ho trovato alcuna differenza sia per tipo di strutture che per professionalità, anzi devo dire che spesso i centri del Nord sono stati diretti da medici provenienti dal Sud Italia. Ormai le tecniche si sono così affinate e standardizzate più o meno dappertutto. E’ noto che oltre alle braccia, anche le menti e la professionalità italiane, sono al top nel mondo.

Qual è un consiglio che darebbe a dei giovani medici? Parlerebbe di impegno, di studio, oppure rimane la componente della passione e del talento che creano un grande professionista?
Direi ai giovani di iscriversi a medicina se sentono dentro la passione per tale disciplina, se sono pronti a sacrificarsi, a studiare; se poi scegliessero una branca specialistica quale la cardiochirurgia, parlerei loro di grande sacrificio, di umiltà ed abnegazione; saranno ripagati con il dono più bello: ridare la vita a tante persone!

Infine, Dott. Mazzei, quali sono le prospettive della cardiochirurgia, ci sarà più tecnologia robotica e altro, oppure la mano e l’intuito umano faranno sempre la differenza?
Credo che per i cardiochirurghi resteranno spazi più limitati e complicati, visto l’avanzare della cardiologia interventistica (stent coronarici, valvole impiantate per via transcutanea, ecc.) con la sua tecnologia in progressione. Nella mia professione ritengo che il cervello, quindi l’intuito dell’uomo, sia insostituibile; magari avremo apparecchiature sempre più sofisticate, ma, le mani saranno sempre guidate dal cervello di un uomo.

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