mercoledì, 22 Settembre, 2021
Società

Non si può morire in carcere

Su 33 suicidi ben 6 sono avvenuti in istituti di pena della Campania: tre a Poggioreale ed i restanti a Secondigliano, Benevento ed Aversa.

Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha lanciato l’ennesimo allarme, richiamando l’attenzione delle autorità preposte e dei cittadini sulla necessità di interventi mirati ad allentare la pressione sui detenuti per evitare che la lunga scia di morti violente vada avanti nell’indifferenza generale.

Samuele Ciambriello

Professore Ciambriello che sta succedendo negli istituti di pena della Campania?
“Si stanno mettendo insieme più problematiche. Penso al sovraffollamento, ma anche alla presenza di poche figure sociali: basti pensare che in Campania su una popolazione carceraria di 7.800 detenuti ci sono solo 89 educatori e appena 45 psicologi, i quali spesso sono impegnati nelle Commissioni di disciplina che durano svariate ore e non possono dedicarsi all’attività di supporto e di assistenza. Oltre agli spazi angusti, poi ci sono poche attività pomeridiane. Al di là di tutto, comunque, non possiamo dimenticare che le carceri servono a limitare le libertà e non a togliere la vita”.

Questo stato di cose è un po’ un tradimento della Costituzione?
“Ogni morte violenta in carcere è un oltraggio alla vita, al buon senso e alla Costituzione che, all’articolo 27, dice chiaramente che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. L’anno scorso nel nostro territorio abbiamo avuto 11 suicidi e ben 77 tentativi. Per fortuna non c’è una strage, grazie al pronto intervento degli agenti della polizia penitenziaria. Questa è la dimostrazione che si attiva un circuito di solidarietà interna. Diversamente da quanto si può pensare, gli istituti non sono una discarica sociale fatta di violenza e sopraffazione. In questo modo, anzi, il carcere dimostra che è meno caino di noi che viviamo all’esterno e ci reputiamo tutti figli di Abele”.

Di recente il Cardinale Sepe ha consegnato alla città ed alla Diocesi una lettera pastorale in cui parla della realtà del carcere, definendolo un luogo della vita e di speranza…
“Bisogna sconfiggere insieme l’indifferenza generale su questo tema, così come non si può pensare che più carcere garantisca maggiore sicurezza. Personalmente sono per la giustizia giusta, la certezza e – aggiungo – per la qualità della pena. Al reo va tolto il diritto alla libertà non quello alla dignità. A proposito della lettera pastorale alla quale ha fatto riferimento in cui il cardinale Sepe parla di una delle cosiddette “Opere di misericordia”, Gesù Cristo non ha mai detto di andare a trovare i carcerati: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Questo fa nascere una responsabilità in capo a chi dice di essere credente. Il carcere non è una questione che interessa solo chi si trova a doverlo gestire, ma tutti sono chiamati in causa. Anche il mondo della cultura, dell’informazione e delle amministrazioni locali. Dal tema, infatti, può e deve scaturire una riflessione per una diversa attenzione alle periferie ed alle marginalità individuali e sociali. Il cardinale Sepe dice questo. La funzione rieducativa del carcere è possibile solo se nella esecuzione della pena siano garantite condizioni di dignità, di umanità e di rispetto dei principi costituzionali. Non si può morire di carcere, né in carcere”.

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