mercoledì, 20 20 Novembre19
Società

La democrazia dei like non è vera democrazia

“La gran parte dei giovani, duole dirlo, è ostaggio della cd. democrazia dei like”. Luigi Pandolfi, laureato in Scienze Politiche, giornalista e divulgatore scientifico, si dedica da tempo, e con passione, alla trattazione di temi politici ed economici.

Autore dei volumi “Destra, correnti ideologiche e temi culturali nell’Italia repubblicana”; “Un altro sguardo sul comunismo, teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico”; “Lega Nord. Un paradosso italiano in 5 punti e mezzo” e “Crack Italia, La politica al tempo della crisi”, l’esperto studioso calabrese si è soffermato sul linguaggio adoperato dai politici di oggi e per poi riflettere su come l’insegnamento obbligatorio della educazione civica – a partire dal prossimo anno scolastico – possa avere un qualche peso nel processo di crescita e maturazione dei cittadini del futuro.

Luigi Pandolfi

Come giudica il linguaggio della politica attuale?
“Siamo passati da un linguaggio autoreferenziale alla sua involuzione popolaresca. Un linguaggio semplificato per una narrazione politica sempre più basata sulla semplificazione della realtà. O di qua o di là. Tutto nero o tutto bianco. Con me o contro di me. È un fenomeno, tuttavia, che non nasce oggi. La Prima Repubblica, all’inizio degli anni novanta, è stata seppellita anche da una rivoluzione del linguaggio della politica. Pensiamo a Berlusconi, con le sue metafore televisive e calcistiche, e alla Lega di Bossi, con il suo linguaggio greve, allusivo, a volte minaccioso. I social network hanno fatto deflagrare questa tendenza, facendo la fortuna dei nuovi attori della politica italiana. Salvini, i 5 Stelle, la Meloni, ma anche Renzi, dall’altra parte. Purtroppo, tutto questo ha ridotto la dialettica politica ad uno scontro permanente tra tifoserie urlanti, deresponsabilizzate e di fatto passive nel loro rapporto con la politica e il leader”.

Quali strategie adottare per avvicinare i più giovani alla politica?
“Un grande tema. Io penso che i giovani seguano la politica, ma, diversamente dal passato, sono dei consumatori passivi della stessa. I luoghi fisici della partecipazione politica sono stati sostituiti dalla piazza virtuale, i social network, dove è più facile essere travolti dalla manipolazione delle informazioni che esercitare i propri diritti democratici. Beninteso, sia a destra che a sinistra, ci sono ancora esperienze attive di militanza, ma la gran parte dei giovani, duole dirlo, è ostaggio della “democrazia dei like”. Pensare che si possa tornare al tempo delle sezioni di partito è non solo velleitario ma confliggente con le attuali dinamiche della società e con la sua velocità. Nondimeno, è necessario riflettere su come si possa “riformare” la piazza virtuale, valorizzandone da un lato gli aspetti positivi, come la velocità di circolazione delle informazioni e la sua capacità di creare reti, e riconducendola ad una funzione di supporto della democrazia partecipativa, fisica, reale, dall’altra. Un problema che chiama in causa la classe politica, le istituzioni e anche la scuola”.  

Alla luce del discorso che abbiamo fatto fino ad ora, quanto è importante l’insegnamento della educazione civica a scuola?
“Molto importante. La scuola non può essere soltanto il luogo della trasmissione e dell’acquisizione di nozioni. La sua deve essere anche una funzione educativa. Educazione alla cittadinanza. Nei paesi democratici, questo significa comprensione dei diritti e dei doveri del cittadino, per come gli stessi sono sanciti dalla costituzione e dalle leggi. Non dimentichiamo che la nostra Costituzione, molto avanzata sul terreno dei diritti civili e sociali, contempla espressamente che i cittadini concorrano a determinare la politica nazionale. Un principio che esprime due concetti: quello dell’opportunità e quello della responsabilità”.

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