sabato, 18 Settembre, 2021
Il Cittadino

Le ragioni di un sottosviluppo

Un mio recente viaggio in Calabria, con un occasionale passaggio al Porto di Gioia Tauro, mi fanno cambiare all’ultimo momento il tema del mio articoletto domenicale.

Mi ha colpito, difatti, in quella veloce visita, la sproporzione assoluta tra l’infrastruttura portuale – uno dei maggiori porti del Mediterraneo, forse il maggiore, a lungo il primo quanto a movimenti di TEU (l’unità di misura dei container movimentati), con banchine lunghe 3,5 chilometri e profondità medi di 18 metri – e la sua influenza sul territorio.

Mi spiego: città dotate di un porto di tal fatta (che si sviluppa tra i Comuni di Gioia Tauro e di San Ferdinando di Rosarno) avrebbero dovuto inevitabilmente, nel mezzo secolo trascorso dalla sua realizzazione, trasformarsi in città portuali, con una economia florida ed interamente legata ai traffici marittimi.

Il Porto di Gioia Tauro, invece, era ed è rimasto una entità estranea alla città: che non sembra trarre da esso alcun vantaggio diretto, che non ha avuto quell’incremento demografico che sarebbe stato lecito attendersi e che ancora oggi basa la sua economia soprattutto sull’agricoltura della sua fertile “piana”, senza uno sviluppo industriale diverso da quello medio (bassissimo) della mia amatissima Calabria.

Sono arrivato al Porto di Gioia Tauro con una magnifica bretella a quattro corsie che si dirama dall’Autostrada A3 e che conduce anche alla piccola zona industriale: adiacente al Porto, ma da essa scollegata e con attività prevalenti che mi sono sembrate estranee da esso. Ho scorto, proprio a fianco dell’ingresso al Porto un immenso parcheggio, completamente vuoto, e moltissimi capannoni forse mai utilizzati.

Ho avuto, allora, un moto di rabbia, derivante non da una scoperta – perché la situazione mi era ben nota – ma dalla constatazione di un’impotenza rimossa dalla mia coscienza ed essenza di calabrese, nel mio rifugiarmi a Roma, in una realtà diversa, e di farmi sommergere dal mio quotidiano, fino a dimenticare il disastro della mia terra.

Il problema gira tutto attorno ad una realtà che era tale nei miei primi ricordi degli anni sessanta del secolo scorso e che non è mutata in nulla: un’autentica applicazione del principio gattopardesco “occorre che tutto cambi, perché tutto rimanga come prima”.

Una realtà che in Calabria si chiama ‘ndrangheta.

Ma che – senza sminuirne la sua valenza come causa principale – si chiama anche Stato che non ha saputo in alcun modo contrastarla, né dare una soluzione alternativa.

Ho già scritto e detto il mio pensiero: la lotta alla mafia si fa con una azione sociale incisiva e preventiva; l’azione giudiziaria da sola, non combatte la mafia, come fenomeno in sé, ma persegue singoli soggetti dei quali possa provare la colpevolezza. È un fatto che i cognomi delle famiglie dominanti siano sempre gli stessi, paese per paese, città per città: immutabili come dinastie. La Calabria mi sembra così fasciata, immobilizzata.

Da un lato il timore per una presenza mafiosa, che potrebbe condizionare le iniziative imprenditoriali grandi e piccole. Con la sola alternativa di accettare il giogo malavitoso o di dovere trasformarsi in eroi e fenomeni, non potendo contare su una concreta e reale “garanzia” derivante da un ordine pubblico tenuto sotto effettivo controllo.

Dall’altro lato il timore – per chiunque si trovi ad avere una posizione pubblica o anche di sola direzione – di incappare in rapporti con soggetti legati in qualche modo alle organizzazioni mafiose: con la coscienza che il codice antimafia presume la mala fede, e che la non conoscenza dei rapporti del soggetto con cui si contraeva, quindi la buona fede, deve essere dimostrata dal “presunto colpevole”.

Ecco che, quindi, la principale preoccupazione di un pubblico amministratore non è quella di bene amministrare la cosa pubblica o di sviluppare qualcosa, ma di non incappare in rapporti, consapevoli o inconsapevoli, con entità mafiose. Fino ad arrivare, per timore dello scioglimento per infiltrazioni mafiose, al caso di Platì, dove nessuno si candidava.

Preoccupazione che è anche dello Stato, che in dieci anni di commissariamento della sanità pubblica ha saputo solamente nominare commissari ex qualcosa, poco interessati ai problemi sanitari, quanto piuttosto perseguenti il non dichiarato intento di non fare nulla: perché il non fare è il miglior metodo, privato e pubblico, di evitare contatti con le ‘ndrine o di incappare in vicende giudiziarie.

In Calabria non si valorizza nulla. Così come il Porto di Gioia Tauro si chiude in sé stesso, estraneo al territorio ed alimentando leggende di onnipotenza delle cosche, nulla di ciò che, altrove, determina occasioni di lavoro, di turismo, in Calabria emerge o crea ricchezza.

Tutto vive sottotraccia: ciò che altrove è un tesoro da sviluppare, qui è sconosciuto finanche alle persone del luogo. La ricchezza così sepolta è veramente tanta. Io la conosco abbastanza, essendo curioso e dotato di un vecchio fuoristrada (perché, naturalmente, non ci sono strade adatte) e sapendo parlare in dialetto. Condivido tale ricchezza con i miei amici che qualche volta mi accompagnano nelle mie villeggiature calabresi: meravigliati del perché quel percorso, quella meta, non sia pubblicizzata come avverrebbe da altre parti.

«Ma vuoi mettere?», dico io, «pensa che succederebbe se tutta quella gente in spiaggia sapesse che a mezzora da dove si fanno il bagno, e non in Australia, c’è un monolite come Pietra Cappa?». In Trentino avrebbero costruito un’autostrada per renderlo accessibile.

Ma laggiù, dove la vita è dura (Corrado Alvaro), la sola idea di un appalto pubblico in Aspromonte fa venire la febbre ad un sacco di gente.

Meglio non fare nulla; che i calabresi se la cavino da soli.

 

 

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