mercoledì, 23 Giugno, 2021
Lavoro

Imprese sociali: la terza gamba dell’economia, in attesa di riforma

Presentata la prima ricerca nazionale che indaga cooperative tradizionali e istituzioni no-profit.

Associazioni, cooperative, mutue, fondazioni e altre istituzioni no-profit contribuiscono all’economia italiana con un valore aggiunto di oltre 49 miliardi di euro, il 3,4% del totale.

Quasi un addetto su 10 del privato è impiegato in un’organizzazione dell’economia sociale, una proporzione che sale a oltre il 60% nei settori dell’istruzione e al 45,1% in quello della sanità e dell’assistenza sociale. Un settore dell’economia, quindi, che non può più essere considerato marginale e destinato a scomparire, ma che, invece, è riuscito a dimostrare rilevanza, resilienza e diffusione territoriale.

IN AUMENTO IL NUMERO DELLE IMPRESE SOCIALI E L’OCCUPAZIONE

Dal 2015 al 2017, le istituzioni dell’economia sociale sono aumentate di numero (+4,2) e hanno assunto più persone (+3,5%). Il punto è stato fatto dalla prima ricerca nazionale ad opera di Euricse-Istat, che riguarda tutto il comparto delle organizzazioni nelle quali l’obiettivo è diverso dal profitto, in cui la gestione è affidata a coloro che sono in genere i beneficiari dell’attività e il capitale ha una funzione puramente strumentale.  “Oggi serve una visione complessiva della sua rilevanza e della diffusione – ha commentato il presidente di Euricse, Carlo Borzaga -. Solo grazie ai dati riusciremo a capire l’economia sociale e a mettere in piedi un sistema dedicato che l’Europa ha già messo al centro della ripartenza”.

L’IDENTIKIT DEL SETTORE

Entro i confini del terzo settore in Italia si muovono quasi 380 mila organizzazioni1,52 milioni di addetti e più di 5,5 milioni di volontari. Le organizzazioni dell’economia sociale sono più numerose negli ambiti delle attività artistiche, sportive e di intrattenimento (37%), ma i settori più rilevanti dal punto di vista economico e dell’occupazione sono quelli dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza sociale. A livello geografico, è la Lombardia ad avere una maggiore concentrazione di organizzazioni, in seconda posizione l’Emilia-Romagna. La crescita numerica maggiore si è registrata nel sud, con in testa il Molise (+14,1%). I dipendenti sono in maggioranza donne (57,2%), con un livello di istruzione mediamente superiore ai colleghi che lavorano nelle altre imprese. La percentuale di laureati è infatti del 21,4% contro il 14,6% di chi lavora nelle imprese tradizionali. L’85,5% delle istituzioni dell’economia sociale è finanziata da fonti private, tranne quelle sanitarie che si appoggiano, invece, per la metà dei loro introiti alla pubblica amministrazione.

RIDISEGNARE L’ECONOMIA SOCIALE

“I dati del rapporto confermano le dimensioni imponenti raggiunte in Italia dal fenomeno dell’economia sociale”, ha riconosciuto anche il presidente del Cnel, Tiziano Treu. Insomma una terza gamba dell’economia con cui l’Italia deve cominciare a fare i conti promuovendola a un ruolo di co-programmazione e riconoscendole il principio di concorrenza. In questi anni è stato possibile riscontrare come i servizi forniti costino meno ma non per questo di minor qualità. Anche nella pandemia è riuscita a dimostrare capacità tecnologiche, efficienza e di poter contribuire alla ripartenza del Paese se verrà ridisegnato un nuovo piano dell’economia sociale.

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