mercoledì, 23 Giugno, 2021
Cultura

La perfezione del diritto al dolore

Giovanni Iorio, Ordinario di Diritto Privato all’Università di Milano- Bicocca, è tra i tanti giuristi del Premio IusArteLibri che hanno ceduto all’esigenza di scrivere durante il primo lockdown. Con la raccolta di racconti La perfezione del dolore, edito da Bastogi, il Prof. Iorio ci dona una insolita lectio magistralis sulla differenza fra perdita e perdenze fra perdenti e vinti, fra nude titolarità di diritti e la pienezza dei doveri.

Qual è stata la scintilla che acceso questo libro?
Mi è sembrato urgente e necessario scattare istantanee di parole ed emozioni. La scintilla di tutto è stata l’immagine televisiva di un uomo nudo che girava per Roma sperduto. Cosa rimane ad un uomo quando perde le sue apparenti certezze, il lavoro, gli affetti, le abitudini consolidate? Nulla e non ha più neanche il pudore di nasconderlo. Carlo viene fermato da due poliziotti sotto il Colosseo, gli svela di aver ascoltato Bach la sera prima e di aver capito che a differenza di lui non sa più come ordinare le cose.

Scrivere narrativa è diverso dallo scrivere di diritto?
Durante la pandemia ho avvertito un bisogno di scrivere insopprimibile. Mio padre sin dal liceo mi diceva: Quando c’è qualcosa che non va, scrivilo, non ne parlare. Mi sono attaccato alle parole per la loro profondità salvifica. Papà è stato un salvatore di vite. Quando se ne salva solo una, ed è quella di tuo figlio, si diventa salvatori per sempre. Anche scrivere di diritto e diritti è salvifico: la convivenza civile va tutelata dal pericolo dell’arbitrarietà e della  tirannia.

Nel diritto è l’offesa a determinare un processo di riparazione. Il dolore è dunque necessario per cambiarci l’anima?
Nel racconto La città proibita, svelo la mia promessa solenne di non tradire il destino che mi è stato assegnato, ossia non cedere alle lusinghe, alle distrazioni. Oggi, non intendo più tollerare la pesantezza dei dialoghi inquinanti, le amicizie opportunistiche, i convenevoli ed i sorrisi a denti stretti. Bisogna esser felici sedendosi nel punto giusto del mondo.

Ti sei a lungo occupato degli Statuti dei partiti politici. Il tuo romanzo, La Repubblica Segreta ipotizzava una rivoluzione politica. La pandemia ha cambiato la visione che i cittadini hanno della politica?
L’impressione è che i partiti non siano più in grado di intercettare davvero i bisogni e le istanze dei cittadini. Finiscono per essere scatole nuove o vani esperimenti di ingegneria statutaria. La situazione non è certo migliorata nel periodo della pandemia. La rabbia e la disperazione dei cittadini è aumentata ed esploderà  in maniera incontrollata tra non molto. Ma c’è una nota ottimistica: saranno i ragazzi a mostrare nuove strade,  e soluzioni. Durante i lunghi mesi della didattica a distanza, i ragazzi erano presenti a se stessi, desiderosi di non disperdere il senso della comunità, di andare avanti nonostante tutto. Ce la faremo.

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