venerdì, 16 Aprile, 2021
Società

Migranti, sbagliato parlare di invasione

“Non c’è una invasione migratoria, al massimo una emergenza migratoria con una necessità di intervento importante e significativo da parte dello Stato italiano”. Il Professor Salvatore Strozza, docente ordinario di Demografia, nonché coordinatore del Master in Immigrazione e politiche pubbliche di accoglienza e integrazione dell’Università degli studi di Napoli “Federico II” è uno che di numeri e di immigrazione se ne intende per davvero.

Salvatore Strozza

Invasione si è no: quale è il punto di vista dello studioso?
“Non c’è una invasione migratoria, al massimo c’è stata una emergenza migratoria con una necessità di intervento importante e significativo da parte dello Stato italiano e della sua amministrazione. A dimostrazione ci sono i dati”.

Cioè?
“Quanti sono stati gli sbarchi registrati nel 2018? Meno di 24mila, per l’esattezza 23500.  Quanti sono gli immigrati in Italia nel 2018? 285mila di cui poco più di 200mila non cittadini della Ue. Vogliamo tirare le somme?”.

Prego…
“In questi mesi si è parlato di controllo della immigrazione; in realtà si è trattato solo di una chiusura dei nostri porti all’arrivo di quelli che probabilmente sono profughi. Ma non c’è stata alcuna invasione. In Italia, del resto, risiedono stabilente oltre cinque milioni di stranieri (per l’esattezza 5.255.000) che rappresentano l’8,7 per cento della popolazione. Un dato che è in linea con quello di molti altri paesi europei e, anzi, al di sotto di quello di alcuni paesi di minore dimensione demografica che hanno una quota di stranieri elevata. Abbiamo, però, una legislazione sulla cittadinanza molto restrittiva. A proposito degli stranieri residenti, almeno poco più di un milione (1.100. 000), ossia il 20 per cento, sono minori;  in prevalenza si tratta di donne (51.7 per cento del totale) e più del 50 per cento, sono europei. Una parte importante proviene dai paesi comunitari. Sul totale degli stranieri residenti gli africani raggiungono il 20 per cento, al pari degli asiatici”.

Come giudica, in generale, la gestione dei flussi da parte del nostro Paese?
“La gestione degli arrivi attraverso il Mediterraneo con persone salvate in mare è davvero problematica. A dir il vero lo è stata da sempre, ma adesso lo è ancora di più, perché contraria al diritto internazionale e alla necessità di intervenire in soccorso di persone che si trovano a rischio di vita e che richiedono forme di protezione internazionale. Si tratta, comunque, di un segmento minoritario dell’immigrazione, anche se importante, specie negli anni passati, perché richiede la presa in carica da parte dello Stato al quale viene presentata la richiesta di protezione e, dunque, la valutazione e il riconoscimento dello status di rifugiato con tutto quello che ne consegue. Ribadisco che la maggior parte degli immigrati arriva con altri canali e gode di una serie di reti di sostegno che, per questo tipo di immigrazione, non vengono attivate”.

In che cosa consiste la integrazione?
“È un processo di convergenza verso modelli comportamenti condivisi che coinvolge chi arriva e chi accoglie. In questo contesto è fondamentale un impegno da parte dello Stato quanto meno per garantire pari opportunità a tutti i componenti della società. L’integrazione coinvolge le diverse dimensioni della vita: dal lavoro all’abitazione, passando per i rapporti interpersonali. Ovviamente richiede tempo e, dal punto di vista degli immigrati, si concretizza nel passaggio da una generazione all’altra. In questa prospettiva l’inclusione scolastica e le parti opportunità sono prerequisiti essenziali nella costruzione della società di oggi e di domani”.

Favorevole o contrario alla utilizzazione della risorsa migranti per il ripopolamento dei territori abbandonati?
“Ripopolare i piccoli borghi da cui le persone vanno via può essere una strategia. Io, però, non ne sono convinto. Ritengo che gli immigrati siano anche agenti di loro stessi, nel senso che hanno reti di relazioni e cercano attività lavorative che si trovano magari in contesti più popolati e dinamici, dove ci sono più opportunità occupazionali. Non dimentichiamo che il sistema produttivo italiano senza i due milioni e mezzo di occupati stranieri non andrebbe avanti. Una quota del Pil italiano è prodotta dall’immigrazione e non è ridistribuendo gli immigrati che si risolve il problema. Certo può essere un’opzione, specie per quei soggetti che chiedono e ottengono la protezione internazionale. L’esempio di Riace, al riguardo, è significativo. Per i rifugiati tutto ciò può avere senso, ma l’immigrazione nel suo complesso è governata da regole che vanno al di là di questa ipotesi”.

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