domenica, 22 Settembre 2019
Editoriale Società

Anche dal male può nascere il bene

Più del 20 per cento delle realtà che hanno in gestione beni confiscati alle mafie sono legate a diocesi e parrocchie. Il dato emerge dal volume “Dalle mafie ai cittadini” (Edizioni San Paolo) scritto a quattro mani dai giornalisti Toni Mira e Alessandra Turrisi con le prefazioni di don Luigi Ciotti, presidente di Libera contro le mafie, e del Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho.

Si tratta di un viaggio da Nord a Sud che offre al lettore una panoramica generale dell’universo dei beni sottratti ai clan e della loro riutilizzazione per finalità sociali. Abbiamo rivolto qualche domanda alla collega Turrisi che collabora con Il Giornale di Sicilia e con Avvenire.

Alessandra Turrisi

Quanto è importante il riutilizzo a fini sociali dei beni sottratti ai clan?
“Il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie è previsto da una legge molto importante, la numero 109/96, nata sotto la spinta delle associazioni, della società civile e di un milione di firme raccolte da Libera. Si tratta di una normativa fondamentale, perché consente di passare dall’antimafia della parole a quella della dei fatti e della concretezza. Pensiamo un attimo a quei terreni che grondano sangue o a quelle ville mastodontiche all’interno delle quali si decidevano le trame criminali o venivano decretate le uccisioni di avversari o di cittadini liberi che non si erano piegati alla prevaricazione. Grazie al riutilizzo si animano di nuova vita e iniziano a produrre frutti buoni. È, però, necessario il coinvolgimento dei cittadini e delle organizzazioni del Terzo Settore. Più del 20 per cento delle realtà che hanno in gestione beni confiscati sono legate a diocesi e parrocchie: 170 esperienze su 782 buone prassi nel campo”.

Quale è stato l’atteggiamento dei comuni cittadini nei confronti della vostra indagine?
“Per portare a termine la nostra inchiesta abbiamo attraversato tutta l’Italia, raccontando le storie di questi luoghi sottratti alle varie mafie. Le reazioni che abbiamo colto sono state di segno opposto. Nel senso che, da un lato, ci siamo resi conto del grande coinvolgimento di migliaia di ragazzi e famiglie che partecipano ai campi di lavoro estivi nei beni confiscati organizzati da Libera e da altre organizzazioni similari. Questo è un modo per sporcarsi le mani, partecipando in prima persona al riscatto ed alla liberazione di questi luoghi. Di contro abbiamo rilevato anche tanti ostacoli, a volte di carattere politico, altre burocratico o, addirittura, il pericolo di infiltrazioni. Ma l’elemento più grave è un altro”.

Quale?
“L’aspetto più preoccupante è il mancato utilizzo dei beni confiscati. Ci sono terreni, case, aziende che, sottratte alle consorterie criminali, per anni restano inutilizzate. Questa, a mio modo di vedere, è una grande sconfitta. Il camino da compiere è ancora lungo, se è vero che circa la metà dei beni confiscati non sono stati utilizzati in nessuna maniera”.

Nel libro vengono raccontate le storie di tanti beni mafiosi recuperati e messi a disposizione delle comunità locali. Quali ti hanno colpito di più?
“Sono davvero tante. Abbiamo scelto quelle che ci sembravano più significative per indicare i percorsi avviati nelle varie regioni. Particolarmente rilevanti, in Sicilia – dove c’’è il più alto numero di beni confiscati – sono le vicende della Calcestruzzi Ericina nella zona di Trapani, i cui dipendenti sono diventati soci di una cooperativa e hanno riscattato il loro stesso lavoro, creando occupazione pulita con lo sguardo rivolto al rispetto dell’ambiente e dell’Hotel San Paolo di Palermo, una struttura straordinaria con con 80 camere in 14 piani che, grazie ad una gestione virtuosa, dà lavoro a oltre cento persone e ospita visitatori da ogni parte del mondo. Vicende analoghe si trovano in Campania, dove le ville dei boss del clan dei Casalesi ospitano realtà produttive importanti che creano benessere e lavoro in zone dove vi era la dittatura delle mafie”.

Come giudichi la legislazione in materia?
“La legislatore in materia è figlia dell’impegno di persone che hanno sacrificato la loro vita, come Pio La Torre e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’efficacia la dicono i fatti e i mafiosi stessi. Il 30 agosto 2007 il boss Francesco Inzerillo, componente dei cd. “scappati” della seconda guerra di mafia a Palermo, incontrando i nipoti Giovanni e Giuseppe nel carcere di Torino dice che basta essere incriminati per il 416 bis che scatta automaticamente il sequestro dei beni e si lamenta che cosa più brutta della confisca non c’è. Perché è una perdita economica, ma anche di consensi e di immagine. Non a caso sono continui i tentativi di riappropriazione attraverso intimidazioni e attentati incendiari. Bisogna stare con gli occhi sempre aperti. Ci sono rischi nel recente decreto sicurezza che prevede la vendita all’asta di questi beni”.

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