martedì, 18 Maggio, 2021
Il Cittadino

La non politica del lavoro

Il Procuratore della Repubblica di Milano, dott. Francesco Greco, lo scorso mercoledì 24 febbraio ha illustrato un’inchiesta del suo ufficio sulle principali aziende di consegne in Italia, in esito alla quale è stata comminata ad esse una sanzione complessiva di 733 milioni di Euro ed è stata ingiunta l’assunzione a tempo indeterminato di circa sessanta mila “riders” (i fattorini che si occupano delle consegna a domicilio): «non è più tempo di dire che sono schiavi, ma che sono cittadini»,  ha commentato il magistrato.

Il ministro del lavoro, on. Andrea Orlando, ha chiamato per complimentarsi.

Complimenti che suonano come l’ennesima dichiarazione di fallimento della politica di fronte ad un sistema lavorativo emerso in maniera eclatante nella nostra società e che il legislatore non ha saputo regolare.

Il problema è che neppure l’intervento della procura può regolare il fenomeno, ritenuto che il magistrato può solamente guardare allo stesso dal punto di vista della conformità a leggi vigenti, promulgate con riferimento astratto ad un modello lavorativo e ad esigenze affatto diverse da quelle della società odierna e dei protagonisti del servizio.

Nell’epoca dell’organizzazione del lavoro affidata non ad un caposquadra, ma ad un algoritmo, conta poco fare riferimento al divieto del lavoro a cottimo.

Pensiamo, in un campo assolutamente analogo a quello dei “riders”, allo sciopero indetto in Piemonte dai lavoratori dipendenti da imprese alle quali Amazon ha affidato il servizio di consegne. Si tratta di lavoratori – si è affrettato a precisare il colosso della vendita online – «assunti dai fornitori di servizi di consegna tramite il contratto collettivo nazionale Trasporti e logistica e percepiscono salari competitivi».

Nei confronti di costoro non si applica il cottimo. Ma è certo che il non raggiungimento degli obiettivi da parte dell’impresa che fornisce il servizio potrebbe comportare inadempienze e risoluzione del contratto, con conseguenze finali sui lavoratori stessi.

Obiettivi, è specificato nel comunicato Amazon, «realistici che non mettono sotto pressione le imprese e i loro dipendenti. Utilizziamo una tecnologia che prende in considerazione molteplici aspetti per determinare la quantità di pacchi che un autista può consegnare in sicurezza durante il suo turno di lavoro».

Sennonché, nel concreto, gli autisti dicono che per rispettare i tempi non riescono a rispettare il codice della strada. E qui non c’entra il cottimo, né il modello lavorativo che è quello classico del lavoratore dipendente.

La verità è che il lavoro – quello nel privato per ora, presto sarà così anche per quello pubblico – è cambiato. L’avviso era stato dato durante dall’allora premier Mario Monti il primo febbraio 2012: «I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita». Concetto che presuppone competitività e merito: quello che, insomma, è stato ideologicamente rifiutato dal sindacalismo affermatosi in Italia.

La sfida si ripropone ora interamente con la questione dei “riders” e delle imprese appaltatrici delle consegne di Amazon. Il Covid ha reso familiare – se non addirittura essenziale, come nel caso di ristoranti e pizzerie – la consegna a domicilio. Tutti vogliamo che avvenga in tempi brevissimi e senza costi aggiuntivi.

Ma non si tratta di un problema limitato a quel settore: la sfida di ogni moderna impresa è l’efficienza e la competitività con un mercato che è grande quanto il mondo.

L’offerta concorrente può arrivare da qualsiasi parte, anche da imprese situate in Paesi in cui non vi siano giuste tutele per i lavoratori e per l’ambiente.

Senza nasconderci dietro ipocrisie dobbiamo riconoscere che una selezione del prodotto sulla base di tali elementi determina ineguaglianze sociali: soltanto chi potrà permetterselo (diciamo i “radical-chic” così invisi a destra e a sinistra?) acquisterà prodotti “politically correct”; gli altri lo faranno in base al costo, poco importa se quel bene lo ha fatto chi lavora dodici ore al dì.

La politica non può limitarsi a dare pacche sulle spalle per congratularsi col giudice di turno che interviene in sua supplenza, ma deve usare le spalle per prendere su di esse il problema, regolandolo equamente, arrivando ad una sintesi tra le contrapposte istanze, superando tabù e valutando anche il mutato atteggiamento personale dei giovani verso il lavoro, visto da gran parte di essi in una maniera meno collettiva rispetto al passato.

Compito che sembra tagliato su misura per un socialista liberale, come si è definito il Presidente Draghi. Forse meno adatto al ministro Orlando, di formazione politica più “conservatrice” sulla materia.

Ma non ci sono dubbi che si dovrà trovare un modello lavorativo diverso dall’attuale.

Le conseguenze dell’immobilismo, altrimenti, le pagherà l’Italia.

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