venerdì, 25 Giugno, 2021
Attualità

Un diritto “più” umano?

Si parla spesso di ‘diritti umani’ e della loro necessità di essere costantemente rivisti e ampliati.  Eppure c’è una domanda di fondo che resta irrisolta: questi diritti sono realmente umani? In altre parole, il diritto ha realmente centrato il bersaglio sull’‘umano’?

Esistono almeno due modi in cui il diritto non ha centrato il bersaglio sull’umano, e si è imbarcato in strade senza uscita.

Il primo è identificabile nell’aver rinunciato in toto a rispondere all’interrogativo di senso su cosa sia l’uomo. La Dichiarazione Universale dei diritti Umani, ne è valido esempio. Il suo poggiarsi su determinazioni pratiche, più che di essenza, ha permesso sicuramente all’indomani dei conflitti mondiali, di permettere che crimini, che si può a ragion dovuta definire ‘inumani’, fossero espressamente bollati dalla comunità internazionale. Si pensi per esempio alla palese condanna della pena di morte e della schiavitù. Il pragmatismo di quei tempi ci ha lasciato un documento dai grandi contenuti. Eppure, quel pragmatismo di ieri che tanto servì a stilare un documento cruciale per la storia del diritto, oggi è sempre più posto dinanzi a un crocevia: qual è il fondamento della tutela dei diritti umani? Il rischio è di avere diritti, teoricamente, umani, ma senza un reale fondamento, e quindi anche, inevitabilmente, una direzione per il futuro.

Il secondo modo è quello di rispondervi sì, ma in maniera per così dire ‘creativa’. Si pensi per esempio alle tante, più o meno recenti, normative in tema in tema di fine-vita e inizio vita. Il dato umano che emerge da queste normative è qui identificato puramente nella sua dimensione soggettiva. Uomo è colui che è posto dinanzi alla possibilità di scegliere del corso della sua vita, anche quando questo determina la sua stessa cessazione (per sé o per altri). Tuttavia, se è vero che le nostre scelte sono un elemento cruciale del modo in cui ciascuno di noi declina il suo stare al mondo, è anche vero che esse non identificano la nostra ‘totalità’. Se umano è puramente sinonimo di autodeterminazione, senza alcun riguardo, per esempio alla cura dell’individuo in quanto tale nelle varie stagioni della sua vita, ciò finisce inevitabilmente per tagliare fuori una larga fetta della popolazione che non ‘gode’ più di quelle capacità. L’anziano, il malato, il nascituro, sarebbero inevitabilmente condannati ad essere ‘meno’ umani di altri.

Ma il diritto, può dunque cambiare strada e tornare ad essere realmente umano?

La strada è ambiziosa ma non impossibile. È il rispetto dell’uomo in quanto tale, in ogni stagione della sua vita che cambia gradualmente la traiettoria. Il concepito, l’ammalato, l’anziano, sono soggetti destinatari di una dignità piena, anche quando la loro capacità di autodeterminarsi viene meno. Questo atteggiamento non significa, a ben vedere, ingabbiare l’uomo in schemi altro da sé, o peggio, imporre una visione rigida e dogmatica della vita. Tutt’altro. Significa porlo nelle condizioni di una libertà più piena, quella che non cancella le nostre fragilità, ma ci fa sentire accolti, per ciò che siamo, e in ogni stagione della vita.

Il diritto quindi potrà ritornare ad essere realmente umano quando si porrà come priorità il ‘farsi vicino’, l’accogliere ciascun individuo lì dove si trova e per ciò che è, con rispetto e dignità.  Ed è questa la strada da riscoprire.

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