martedì, 18 Gennaio, 2022
Attualità

I drammi del Paese reale

Il Paese reale sta vivendo drammi inascoltati dai centri decisionali del nostro sistema democratico.

L’economia italiana è da tempo paralizzata, ancor prima dell’affacciarsi della pandemia: il Covid-19 ha solo avuto l’effetto di congelare la risoluzione di temi prioritari, dopo ben 36 mesi dall’avvio dell’attuale legislatura il 23 marzo 2018.

Ci sono imprese solide e serie i cui amministratori sono preoccupati per aver consumato nel 2020 la cassa per stare in piedi; nello stesso tempo, non si sono sviluppati progetti, azioni e iniziative che fanno intravedere la ripresa di una economia che non sia solo legata all’emergenza sanitaria. L’economia da emergenza sanitaria non può garantire a lungo la sussistenza all’intero sistema Paese e popolo italiano: è un dato reale.

E’ altrettanto un dato reale che ad aver toccato il fondo non sono solo alcune categorie professionali (ristoratori, negozianti, professionisti…) ed il ceto medio, ma anche l’upper class, quella che vive di produzione, esportazione e dinamiche imprenditoriali tipicamente internazionali e tiene in piedi l’occupazione anche con l’indotto.

Quando si tocca il fondo e sta per finire l’ossigeno occorre un rapido slancio per risalire più rapidamente possibile e tornare a respirare: questa è l’emergenza che sta attanagliando il Paese reale, per cui occorre iniettare non solo liquidità ma anche elaborare progettualità di autentico cambiamento senza dover sempre toccare sistemi elettorali o architetture costituzionali (come il Titolo V): queste sono da farsi quando il Paese è socialmente pacificato, anche al suo interno, e non è il momento di parlare di temi che interessano i palazzi e molto meno i padri di famiglia, anche se dotati di necessarie competenze tecniche per coglierne le sfumature.

E veniamo al dunque: per far ripartire il Paese occorrono idee concrete e non linee programmatiche di aspirazioni possibili.

E’ evidente che l’attuale indirizzo politico economico non può essere puntellato solo con un manipolo di qualche responsabile, poiché soffre di un evidente ontologica fragilità 

  • di visione, non essendosi dotato di un adeguato substrato scientifico culturale in un frangente in cui occorreva azionare gli scambi della macroeconomia e della teoria generale della finanza pubblica (non casuale qui il richiamo alla scuola di Cesare Cosciani, Economista italiano, Trieste 1908 – Roma 1985, prof. di scienza delle finanze nelle università di Cagliari, Urbino, Siena, Firenze e Roma);
  • e poi, soprattutto, di azione, per non aver intenzionalmente dotato settori strategici dell’alta burocrazia italiana (ai grandi mandarini di Stato, è stata preferita l’improvvisazione con un carrierismo istituzionale da ultima ora) di quella nervatura proveniente dai provveditorati e dai territori con esperienza concreta sul campo (non a caso, a differenza del passato, la stessa ANCI è ripiegata su se stessa, sotto il peso di fragili equilibri politici nazionali). 

La somma delle due carenze conduce alla più grande delle lacune: l’assenza anche di idee per il cambiamo in un momento di emergenza nazionale, occupazionale e produttiva.

La prima priorità di questo Paese è l’istruzione e il futuro culturale ed educativo dei nostri figli: questo non lo si risolve solo stabilendo quali giorni si ritorna a scuola dopo le vacanze estive e di Natale; non è più un problema di quantità, ma di qualità dell’istruzione pubblica da tempo bloccata, che conduce poi a dover optare, con grandi sacrifici, per scuole private per poter acquistare un’istruzione capace di farci competere a livello internazionale: nessuna detrazione d’imposta per sostenere le famiglie in tale investimento (vedremo il responsabile candidato a tale dicastero cosa proporrà e farà!). 

Sarebbe l’ora, invece, sul piano dei contenuti, di assumere, anche con contributi figurativi, migliaia di giovani, figli del progetto Erasmus, che portino all’interno delle scuole l’anima europeista e con lei l’insegnamento delle lingue straniere (inglese, cinese, russo, spagnolo) già dalla scuola materna e dell’infanzia; oltre che stabilizzare i precari, contemporaneamente, urge linfa nuova tra i banchi di scuola.

Sul piano delle innovazioni, Sogei dovrebbe essere autorizzata dal Parlamento a rilevare la “Olivetti” dei nostri tempi, per una produzione in house, a tappeto, di tablet per consentire, già a scuola, a tutte le fasce sociali, e non solo ai più abbienti, di poter acquisire un sapere confacente ai tempi che ci aspettano. Dovremmo ricordarci che dalla buona istruzione data ai figli delle classi meno abbienti sono nati grandi ingegneri, medici e ricercatori che hanno salvato innumerevoli vite umane con la loro dedizione al lavoro.

Sul piano dello sviluppo territoriale, sarebbe ora di dare un impulso al sistema economico mixando l’opera delle camere di commercio e delle società finanziarie regionali, in particolar modo, prevedendo, non l’obbligo, ma la facoltà di accedere a capitale sociale nuovo, da reinvestire sullo  sviluppo del territorio, mediante aumento di capitale sociale riservato a Fintecna, nella prospettiva di ricondurre a unità reale lo sviluppo economico del sistema Paese. Tali finanziarie regionali, rivitalizzate, potrebbero promuovere la costituzione, ad esempio, di società territoriali per la manutenzione e cura degli apparati informatici delle scuole e dei presidi ospedalieri, creando nuova occupazione in territori e distretti industriali da tempo in recessione.

Intanto la cassa delle società che producono è già terminata nel 2020; ma sembra che il tempo si sia fermato nella clessidra della politica che ha scelto un altro campo ed un altro gioco: non quello della soluzione dei temi urgenti del Paese ma dei temi pressanti per il proprio apparato. 

Ci tocca sperare che il voto dei senatori a vita, un voto di qualità, non solo un numero tra numeri, si traduca, o sia tradotto dal Primo cittadino del popolo italiano, in una opportunità di nuovo slancio dal fondo verso la speranza: il rischio, per ora, è che una pietra sepolcrale rotoli sui feriti gravi che questa crisi economica e produttiva sta lasciando per strada senza soluzioni e senza discontinuità. 

Nel momento più buio di questa fase, forse sarebbe l’ora, per tutti, di rileggere l’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII del 15 maggio 1891.

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