sabato, 3 Dicembre, 2022
Società

Televisione: un nuovo inizio… per conoscere il finale

Con la chiusura dei cinema, dei teatri e dei luoghi di svago, a causa del protrarsi della crisi sanitaria, il consumo televisivo negli ultimi mesi ha raggiunto livelli straordinari. Il fenomeno ha interessato non solo i canali digitali, i servizi di video on demand e di streaming ma anche la televisione broadcast. Come in passato, nei momenti d’inquietudine e di smarrimento, il pubblico si riavvicina alle reti generaliste, che diventano punto di riferimento “istituzionale” e luogo di condivisione sociale, attraverso la cronaca e la narrazione in diretta.

Dopo avere subito, negli ultimi anni, la progressiva migrazione del pubblico verso l’universo dei nuovi player televisivi e dell’era della convergenza, le tv generaliste ritrovano, in questa emergenza, una nuova centralità. Un imprevedibile recupero che potrebbe essere l’occasione per rompere l’immobilismo dei palinsesti, costruiti su logiche ormai obsolete.

Gli attuali assetti dei palinsesti generalisti riflettono ancora lo scenario “duopolista”, in cui la competizione fra i due grandi protagonisti della storia della tv, Rai e Fininvest/Mediaset, ha modellato, nel corso degli anni, la programmazione di tutte le fasce orarie, giorno per giorno, minuto per minuto. Uno scontro che si è stemperato nel tempo (la vera minaccia ora viene dai nuovi player), trasformandosi in una guerra di posizione che sopravvive stancamente ai cambiamenti di sistema. A tenerlo in vita il quotidiano rituale dei dati Auditel, e i media, grandi cultori nostalgici della “guerra degli share” (spesso mal interpretati) e delle sfide tra contenitori, format e conduttori.

Un esempio lampante di questo immobilismo logorante è offerto dal cosiddetto access prime time dove il potere regolativo del palinsesto generalista sul formato e la durata dei programmi televisivi ha ceduto alla pressione di questa competizione e, inseguendo gli ascolti, ha creato una zona editoriale ibrida (dove buona parte del vecchio prime time diventa access).

L’Access Prime Time, una fascia che fino alla fine degli anni 80’ non esisteva, attualmente definisce un segmento orario variabile, compreso tra le 20.30 e le 21.30-21.45, in cui si colloca la programmazione che precede l’inizio della prima serata. Un segmento la cui presenza comporta lo slittamento dell’inizio dei programmi di prima serata, che sulle reti ammiraglie (Raiuno e Canale5) viene ritardato alle 21.45 – 22.00. Per capire questa peculiarità italiana occorre risalire ai tempi d’oro della tv analogica.

Fino alla fine degli anni ‘80, la prima serata iniziava alle 20.30 e coincideva con la fine dei principali telegiornali. Poi, nel 1989, su Canale 5 sbarca (da Italia1) la geniale intuizione di Antonio Ricci che, dopo il TG5, propone un “tg satirico”. Nasce così l’avventura di Striscia la notizia. Da una durata iniziale di soli 10-15 minuti, con il crescere del suo successo, il programma si allunga progressivamente passando ai 20’ del 1996 ai 30’/35 dal 1999, e così via. Gli ascolti elevatissimi (superano il 30% di share) impongono alle altre reti un riassetto dei palinsesti. Nessun programma di prima serata se la sente di partire in sovrapposizione con Striscia la notizia. Si genera così una corsa delle reti a trovare soluzioni editoriali per coprire quel segmento orario, che diventerà l’access prime time, e proteggere la partenza della prima serata. Raiuno dal 1995 al 2002 si affida a Il Fatto di Enzo Biagi (10’) seguito dal gioco quiz “La Zingara”. Ma la svolta decisiva avviene con l’arrivo del nuovo programma Affari tuoi (2003-2017), il noto game show della Endemol, che con Bonolis conduttore (2003-2005) riesce non solo a contrastare il dominio di Striscia ma a superarlo in ascolti. L’interruzione del primato di Striscia diventa un evento televisivo e mediatico con un seguito di dure polemiche ed anche di azioni legali. Inizia così uno degli storici duelli televisivi: per anni i duellanti si affronteranno in uno scontro senza tregua, mettendo in campo tutte le tattiche di palinsesto, giocando sui break, sui flussi di pubblico e appunto sulle durate. La sfida finisce con il coprire spazi crescenti del prime time in virtù dei rilevanti ascolti ottenuti.

Le reti minori pur costrette a un ruolo marginale reagiscono con soluzioni a volte brillanti, a dimostrazione che la dinamicità dei palinsesti stimola la creatività. Raitre sperimenta, nell’access prime time dei giorni feriali, una soap opera fatta in casa, “Un posto al sole”, e più tardi nel 2003, propone nel fine settimana il programma “Che tempo che fa”, che a sua volta condizionerà i palinsesti della domenica sera. Italia1 lancia Sarabanda (1997- 2004) e potremmo continuare, perché la lista dei programmi sperimentati nell’access dalle varie reti è molto lunga.

Insomma l’access prime time, seppure con durate diverse si consolida in tutte reti, si impone nella programmazione della fascia oraria più pregiata della tv generalista e resiste immutato nonostante che la frammentazione del pubblico nel nuovo panorama televisivo ne abbia ridimensionato significativamente gli ascolti.

A questo punto la domanda è semplice: ha ancora senso questa struttura di palinsesto che penalizza i generi televisivi più pregiati come la fiction e la divulgazione, costringendo il telespettatore agli orari impossibili di una tv per nottambuli?

Una partenza anticipata, sicuramente valorizzerebbe le nostre fiction di produzione, che ricordiamo, non solo hanno costi elevati, ma contribuiscono a sostenere l’importante settore dell’industria audiovisiva nazionale.

Abbiamo già assistito a una graduale contrazione dell’offerta di questo genere televisivo sui canali Mediaset, dove spesso, si attribuisce solo alla qualità dei prodotti e non alla loro gestione editoriale la responsabilità dei bassi ascolti.

Da un lato si acclama a gran voce la sperimentazione di “nuovi percorsi narrativi, linguaggi più moderni e più vicini al pubblico digitale” e dall’altra si programmano, allungati dai break pubblicitari, in orari notturni, certamente non attrattivi per un pubblico che può e sempre di più sa muoversi nel nuovo molteplice universo televisivo.

Insomma vorremmo un’offerta televisiva in cui non si debba leggere sul giornale del giorno dopo chi è il colpevole di un episodio di Montalbano o di un crime, o chi è stato il vincitore di una gara di ballo.
In effetti non si tratta solo di orari, la rottura di questo immobilismo editoriale deve innescare una svolta creativa, aprire la strada a nuovi percorsi editoriali, anche attraverso il recupero di spazi di programmazione spesso occupati da interminabili maratone televisive, come nel caso dei talk show informativi, che affastellano ospiti e tematiche, e si trascinano per ore. Lo fanno per qualche punto di share in più o per ammortizzare i costi di produzione?

Affiora la nostalgia per le seconde serate, inteso come spazio affidato alla creatività, alla cultura, alla sperimentazione, uno spazio libero da cui sono nate tante prime serate di successo. E a proposito di libertà vorremmo che le fasce notturne fossero affidate agli emuli di “Quelli della notte” veri amici e complici dei tanti che soffrono d’insonnia.

E allora che cosa impedisce di programmare Montalbano, Don Matteo, DOC nelle tue mani o Ulisse di Alberto Angela a un orario accettabile, rendendo un servizio al pubblico e alla qualità televisiva e probabilmente incrementandone gli ascolti assoluti, cioè quelli che contano.

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