martedì, 19 Ottobre, 2021
Società

Dal lockdown le sfide all’Università

In piena era digitale, durante una fase di ripensamento e di sostanziale crisi del modello della società della globalizzazione, l’emergenza della pandemia da Covid-19 ha messo a nudo molti nodi e punti critici di sistemi economici, sociali, culturali, di welfare in tutti i Paesi. Opportunamente la Link Campus University ha avviato alcune iniziative di think thank per capire l’evoluzione dei nuovi scenari sull’Appello all’Europa e sull’Università nei prossimi scenari globali, in particolare in Italia. Tra le criticità e suggestioni espresse   nel webinar, in questa breve nota mi limito ad aggiungere alcune considerazioni, con qualche proposta indicativa sul tema: Sistema di Formazione in Università: le competenze specialistiche, le abilità trasversali e le virtù etiche da trasmettere agli Studenti, alla classe dirigente.

L’ESPC (European Political Strategy Center) nel rapporto “10 Trends.Trasforming education as we know” afferma che “il sistema educativo deve reinventarsi e, in un mondo che cambia assai velocemente, educare al cambiamento e al costante aggiornamento del corredo personale dicompetenze” Nel webinar è emersa l’urgenza che l’Università, non può più aspettare il manifestarsi di nuove esigenze della società (Imprese, pubbliche e private, Pubblica Amministrazione, Servizi di assistenza e cura ospedaliera e socio- sanitaria e così via) per definire nuovi corsi di formazione e metodi dididattica, ma semmai l’Università deve trovare il modo di anticiparle. Prima di venire in Link, avevo riscontrato questa prospettiva concretamente nelle linee strategiche. Oggi, con la crisi della pandemia, l’Università, in generale, e la Link in particolare, dovrebbe, con urgenza, cogliere l’occasione di riposizionare e ridefinire il suo ruolo centrale nel sistema formativo della futura classe dirigente, nel rapporto tra Sapere e Potere politico che ha subito un gap progressivo enorme in questi ultimi 30 anni con risultati imbarazzanti per l’Italia nei benchmarking internazionali delle persone con responsabilità politiche e istituzionali.

La democrazia liberale che si basa sul consenso diretto alla persona da parte dei cittadini, non potrà prescindere, nell’era digitale, da un minimo di selezione del personale che vorrà “servire la politica e non servirsi della politica” (Don Luigi Sturzo, 101 anni fa!), in pratica si tratta di accertarel’effettiva acquisizione di competenze e abilità indispensabili per gli interessati. Un tema molto spinoso, che, a mio avviso, non può essere respinto in linea di principio, a prescindere.

Chi ha responsabilità decisionali in un’azienda privata e pubblica, in un ente e nelle Istituzioni, per prendere decisioni strategiche in politica del lavoro, in politica estera e dell’istruzione e così via, tutte con onseguenze sul sistema economico, sociale e della vita delle persone e delle comunità, devenecessariamente avere una formazione di base e alcune abilità minime? Oppure NO? Non basta la titolarità della Rappresentanzaelettiva in modo democratico, se prima non c’è stata alcuna selezione e accertamento della minima Formazione necessaria che oggi, e non ieri, è diventata indispensabile con la Digital Trasformation & Reinvention e le sfide continue dell’Innovazione tecnologica e delle ripercussioni etiche nello sfruttamento delle risorse della TerraPur con le complessità di riavvio delle attività di produzione e dei servizi, dopo il Covid-19, pur in presenza di riduzione dei redditi a livello generalizzato, servirà comunque riposizionare a livello adeguato il sistema di educazione e formazione come è stato detto dalla scuola primaria all’Università, sia nell’accertare il livello formativo previsto nei corsi di Laurea e in quelli di più alta formazione che deve necessariamente accertare una preparazione di più alto profilo per chi ha capacità di avviarsi verso responsabilità di classe dirigente nei più diversi settori della società. Bisognerà fornire come formazione universitaria:

– competenze specialistiche (hard skills) necessarie, rispetto al passato, per utilizzare strumenti e supporti digitali perché il Digital Age è una nuova epoca nella storia dell’uomo e a causa del potere della tecnologia sta cambiando tutto ed è bene comprendere, in primis, a livello di docenti e management dell’Università, del sistema di formazione più ampio, quanto ci sta trasformando. Naturalmente, mi permetto di fare unanotazione: il digitale, senza competenze, rischia di fagocitarci; al centro dovrebbero esserci sempre le persone e la loro capacità di approcciare criticamente l’ingente offerta di informazioni e la loro gestione (BigData);

abilità trasversali e capacità relazionali (soft skills): Adaptability -Coaching – Communication – Creativity – Critical thinking – Empathy -Leadership – Listening – Mentoring – Motivation – Negotiation -Organization – Personality – Development – Teamwork – Time Management – altre, sono e saranno sempre più necessarie nella società della globalizzazione e dell’era digitale. Nonostante i luoghi comuni, le soft skills possono essere acquisite, costruite, allenate, ma ci vogliono docenti che le posseggano e che le insegnino con piena disinvoltura. Insegnare la Leadership non è sufficiente, ma è necessario per formare dei leader che sono tali se posseggono numerose soft skills e, a mio avviso, non è vero che leader si nasce solamente: leader si diventa, così come si diventa bravi professionisti, manager, ingegneri, avvocati, economisti nel sapere costruire relazioni, nel delegare compiti agli altri, nel parlare di se stessi, nel rispettare le valutazioni degli altri, nel sapere prendere decisioni tempestive, nell’avere responsabilità etica. Tutto dipende sempre dal potenziale dei talenti che ciascuno possiede e che riesce a tradurre operativamente.

– capacità ad utilizzare metodologie didattiche innovative che consentano agli studenti di essere attivi nell’esperienza di apprendimento, di sperimentare, di muoversi tra più discipline, integrandole, misurandosi

con compiti e progetti concreti analogico-digitali;

– capacità e consapevolezza di esprimere una propria leadership nelle relazioni umane e nella guida e motivazione delle persone per raggiungere obiettivi condivisi;

– valori e virtù etiche, queste non sono un fatto spontaneo o meccanico o qualcosa che noi possediamo sin dalla nascita e pertanto devono essere insegnate (trasparenza, lealtà, onestà, coraggio, umiltà, caring, ecc.). 

Le virtù etiche sono un valore aggiunto distintivo nella formazione degli studenti, di belle persone della futura classe dirigente, perché sappiano ritrovare la migliore espressione esistenziale e le motivazioni nel ruolo che svolgeranno nella società sia per il loro sviluppo personale, sia per affrontare le nuove sfide manageriali, sia per contribuire al migliora-mento complessivo del Bene Comune.

Per tutto questi obiettivi di Formazione, ci sarà bisogno, a mio avviso, di docenti che oltre che capaci di trasmettere Sapere, Saper Fare, Saper Decidere, Saper Comunicare, sappiano trasmettere il Saper Essere.

Serviranno agli studenti non solo bravi maestri, ma serviranno più Testimoni, di vita e di esperienze.

“L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni” (Papa Paolo VI).

Ci sarà bisogno di docenti che siano anche mentor e coach delle competenze e della leadership nelle più diverse espressioni. Quindi ci sarà bisogno di una selezione dei docenti, nei diversi livelli di educazione e formazione, più adeguata e più personalizzata a nuovi ruoli e bisogni della società.

La selezione dei docenti, è stato detto nel webinar, dovrà essere fatta in modo più rigoroso con parametri più elevati, non solo in base a titoli di studio, alle competenze specialistiche richieste, ma anche sulla capacità di dimostrare di possedere soft skills e talenti potenziali riconoscibili.

Le sfide con le quali, come cittadini, ci misuriamo a livello locale e globale (cambiamento del clima, al cibo, emergenza acqua, energia, salute, governo di società multiculturali) sono cresciute e ancor più cresceranno in complessità nel post Covid-19 e richiederanno sempre più una maggiore interdisciplinarietà. L’esperienza formativa dovrebbe, configurarsi come una sorta di “ponte” per comprendere le cause e le sfide complesse dei tempi dell’era digitale e sviluppare soluzioni innovative. Ad ostacolare questo approccio è, in Europa, e in particolare in Italia, oltre alla scarsità delle risorse finanziarie, la duratura resistenza di scuole e Università, tranne di quelle con riconosciuta eccellenza nei benchmarking internazionali, ad aprirsi in modo significativo a collaborazioni con altre realtà sul territorio locale, regionale nazionale (un problema che si è trascinato da decenni e che non si manifesta solo in alcune aree geografiche del Paese). Questo “isolamento” contrasta con il modello d’interconnessione globale dell’era digitale. Le collaborazioni tra scuola, enti pubblici e sistemi organizzativi del privato non sono più semplicemente auspicabili, ma sono indispensabili, urgenti e da strutturate a livello di sottosistema, di distretti, come nelle più virtuose realizzazioni nei Paesi più sviluppati, perché favoriscono il rinnovamento dei curricula con la sperimentazione d’intersezioni tra discipline con positivi effetti sull’impiego dei giovani nel mondo del lavoro.

L’Europa, secondo l’EPSC, non è sufficientemente competitiva nell’offerta di formazione universitaria; ne è prova la classifica mondiale, in cui dominano le Università americane e qualche Università del Regno Unito. Nessuna Università dell’Europa a ventisette è tra le prime 25  Università  nel 2016/2017.

Per l’Italia? Eccelle, nel 2016/2017 il Politecnico di Torino con il 94% dei  laureati che trova impiego dopo un anno dalla laurea.  

Si è riusciti a conseguire questo importante risultato attraverso un’attenta calibrazione tra specializzazione, partnership e innovazione.

A conclusione riporto quanto ho scritto nel webinar  in chat: 

“A livello politico e di Governo si tende a considerare una sospensione sine die della scuola e dell’Università, come comunità vivente, sostituita dalla “scuola piattaforma”, da “casa”, con lo smart-learning o i corsi per corrispondenza che un tempo si facevano per diventare elettrotecnici, radiotecnici con diplomi e lauree. A mio avviso, non si può fare Scuola senza Scuola, Università senza Università. Perché con le piattaforme: si fa istruzione, non educazione; si fa comunicazione, ma non Comunità; si fa Formazione a distanza, ma senza fornire le soft skills, Leadership ed Etica e le relazioni umane, fondamentali per la classe dirigente”.

 

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