martedì, 13 Aprile, 2021
Il Cittadino

Corruzioncella

Due episodi, dopo l’avvilimento che avevo manifestato la scorsa settimana, hanno riacceso in me la vita.

Il primo, paradossalmente, è rappresentato da un evento doloroso, la morte di Diego Armando Maradona, “el pibe de oro”, la “mano de Dios”, quell’autentico ed insuperabile campione che ci ha regalato anni di emozioni e decenni di vita esagerata e trasgressiva.

La commozione per la sua fine si è piano piano dissolta nella meraviglia dei suoi goal più famosi, riproposti a ripetizioni da tutte le televisioni e dal suo passaggio immediato tra gli eroi mitologici. Con celebrazioni universali: lutto nazionale in Argentina, lutto cittadino a Napoli, un minuto di raccoglimento in suo onore in tutti gli stadi del mondo; lo Stadio San Paolo di Napoli ribattezzato col suo nome.

Una morte, insomma, che mi ha ricordato di come possa essere intensa una vita.

Il secondo episodio è un fatterello di cronaca romana: pare che due vigili urbani, uomo e donna, di pattuglia insieme, evidentemente colti da un raptus passionale, si sarebbero lanciati in un sensuale amplesso, scordandosi accesa la radiotrasmittente, prontamente registrati dai solerti (e, immaginavo, divertiti e complici) colleghi della “centrale”.

Avevo così fantasticato su questo fatterello, ricordandomi certi impazienti impulsi giovanili che rendevano non rimandabile neppure di un minuto la necessità, reciproca, di unire due corpi: come se nulla esistesse intorno e dimenticando ogni prudenza.

Un attimo di nostalgia per una libido che non c’è più e che, forse (anzi non “forse”, ma certamente), è il maggiore castigo della anzianità.

La squallida realtà di un approfondimento del fatto di cronaca non ha fatto svanire la allegria e la forza derivatami dall’impulso irresistibile dei due amanti in divisa, ma mi ha portato a riflettere sulla triste realtà del nostro vivere contemporaneo e del nostro stato di “sudditi” nella visione che di noi ha qualsiasi funzionario pubblico, dall’usciere al direttore generale”, ogni qual volta che, dovendo esigere un nostro diritto di “cittadini”, siamo sottoposti alla loro autorità. Quando cioè, quello che ritenevamo nostro diritto si trasforma in una concessione.

La squallida realtà che sottostà a quell’amplesso poliziesco è data, infatti, da una registrazione vocale utilizzata per denunciare – anonimamente (ma chi aveva accesso alla radiotrasmittente?) – i due sventurati amanti al capo della polizia locale di Roma e, per sicurezza, al procuratore della Repubblica.

Il quale, annota diligentemente il cronista – e qui va ufficialmente il mio plauso al magistrato inquirente – ha aperto un fascicolo per “intercettazione abusiva” (così Fulvio Fiano sul Corriere della Sera, edizione romana).

La vicenda dei due vigili si collega però, stando sempre nella cronaca romana, al richiamo di un’inchiesta su alcuni episodi di corruzione che riguardano un buon numero di agenti della Polizia Locale.

«Fatti avvenuti prima che diventassi sindaca», si è precipitata a precisare Virginia Raggi, convinta – e forse lo è veramente (e questo sarebbe il guaio peggiore) – che lo slogan  pentastellato “onestà” determini miracoli: al netto della vicenda Philip Morris, che, secondo Piero Sandonetti, il quale l’ha denunciata nei giorni scorsi, «è il più grande scandalo dal 1992», assumendo egli così, per una volta, una posizione non garantista.

La verità è che piccoli fatti di corruzione sono il pane quotidiano del nostro vivere da “cittadini”, incapaci di esserlo: perché di fronte all’incapacità dello Stato di garantirci i diritti che sulla carta ci riconosce, ci trasformiamo tutti – compreso il sottoscritto, confesso costernato – in “sudditi”. Pronti, di fronte alle difficoltà burocratiche spesso opposte ad arte dal funzionario di turno, a chiedere se si possa “chiudere un occhio” o  cercare piccoli privilegi: magari allungando una “mancia” all’usciere perché ci chiami prima. Oppure, in questi giorni, cercando un medico amico per avere il vaccino anti influenzale, raccomandato a tutti gli ultra sessantenni, ma disponibile ad oggi per pochi.

È colpa in primo luogo di noi “cittadini” tendenzi alla sudditanza: perché con la nostra italianissima ambizione di essere “un po’ più uguali” del nostro vicino, alimentiamo questa “corruzioncella”, attribuendo così potere discrezionale a funzionari che non ce l’hanno e che, incontrollati, spesso determinano “ad arte” ostacoli, ben sapendo che il “suddito” di turno si ingegnerà per ingraziarseli.

Forse, per un cambiamento reale del Paese, potremmo partire proprio da noi.

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