lunedì, 30 Novembre, 2020
Società

Rinnovare il Paese in sofferenza. L’amicizia civile

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In un periodo di crisi profonda, che da decenni in Occidente attanaglia l’uomo, le sue istituzioni e la società e che è amplificata ed esasperata dall’attuale pandemia, “rinnovare” è un proposito e un obiettivo quanto mai necessario da sviluppare a tutti i livelli. Per “rinnovare” si devono però individuare i problemi partendo dal male profondo che si cela dentro la nostra società, divisa e in sofferenza, per poi sviluppare delle risposte e una visione per l’avvenire.

Questo male, che accompagna la storia dell’uomo dall’alba dei tempi e che a momenti alterni torna in auge, può essere individuato nel nostro Paese nell’assenza della politica: quel “non essere della politica” a cui assistiamo ormai da anni e che fa navigare lo Stato, per inerzia, senza una guida salda che abbia una visione della direzione da intraprendere. Un male che possiamo vedere nella farraginosità della macchina organizzativa ed esecutiva statale, che rende complesso alla comunità il governo del proprio destino. Lo troviamo nelle divisioni interne alla società, che la lacerano e la bloccano. È un male che ci rende paralizzati da una visione poco creativa e molto riduttivistica. Proprio da questa assenza di creatività si dovrebbe ripartire, riscoprendo la visione di quel “bene come atto creativo” di cui parla san Tommaso.

Certamente risulta difficile curare il male in una società in cui predomina il relativismo che fatica a compiere una distinzione netta tra il bene ed il male, presupposto per sviluppare una visione di bene. Occorre però riscoprire questa dualità, necessaria per rinnovare. È necessario ritrovare l’unità nella società, partendo dalle radici della nostra civiltà, dai principi fondamentali che comunemente riconosciamo come validi, ritrovando un equilibrio sui temi etici, disegnando poi, forti delle convinzioni comuni, strade percorribili, anche nella necessaria dialettica tra le parti, ma senza un conflitto che rischia di sfociare anch’esso nel male, con la consapevolezza che l’uomo ha bisogno degli altri uomini per sopravvivere. Sarà quindi necessario trovare un punto di incontro da cui partire. 

Per ritornare all’unità dobbiamo rivalutare il concetto di Nazione, troppo spesso svilito, fatto di legami di lingua, storia, tradizioni e religione. Dobbiamo certamente concentrarci su quel concetto di amicizia civile e politica, decisivo per rinnovare lo Stato. Sfida complessa in un mondo che è figlio di quella concezione liberale secondo cui la società è composta da individui considerati atomi, svincolati da qualsiasi legame, stranieri gli uni verso gli altri. Sfida complessa, che però va affrontata riconoscendo innanzi tutto le nostre radici come basate sui vincoli tra le persone. Riconoscendo che, per usare le parole di Aristotele “la città è tenuta insieme dall’amicizia e la concordia” e che bisogna, come ci insegnano i pensatori romani, mettere da parte l’utile personalistico riportando al centro, in una rinnovata prospettiva di comunità coesa, l’unico utile, quello generale, quello della cosa pubblica. Vivendo per l’altro e non badando esclusivamente a sé stessi. Abbiamo la necessità di riscoprire la concordia civium attraverso il diritto, come forma di giustizia, che se equamente applicato, è collante dell’amicizia e censura nei confronti di quegli atti che minano l’ordine sociale. 

È inoltre proprio l’amicizia civile che può aiutarci a rispondere all’attuale sfida che attende lo Stato, stretto tra il globalismo e i localismi in un mondo sempre più complesso. Una soluzione per lo Stato contemporaneo potrebbe essere quella di spostare l’equilibrio il più vicino possibile al territorio e ai cittadini e alle loro esigenze, facendo divenire il territorio il centro dell’agire politico, con il principio di sussidiarietà come guida. Una ricalibratura dell’assetto istituzionale verso un decentramento dello Stato. Potrebbe dunque essere il federalismo, nella sua vera essenza filosofica, quella dell’amicizia civile, una strada percorribile. Un federalismo non viziato da frammentazioni o impulsi separatistici, bensì fondato su un patto di solidarietà tra comunità locali e comunità nazionale. Un federalismo che aggreghi, non disgreghi, che componga e non scomponga. Un federalismo che, se rigorosamente applicato, può essere strumento per la rinascita dell’amicizia politica, necessaria per tornare al valore politico della concordia. Ritrovata l’unità, sarà più facile affrontare le sfide che lo Stato si troverà di fronte nei prossimi anni.

Rinnovare è possibile, è necessaria però la volontà di individuare i problemi, riconoscerli come tali ed estirparli con la forza di una visione alta dell’avvenire, che unisca e non divida, che abbia come bussola il bene della comunità e non interessi particolaristici.

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