mercoledì, 25 Novembre, 2020
Editoriale

Il mercato del lavoro ha bisogno di capacità di adattamento e valore umano

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In questo periodo di grande incertezza sembra fuori luogo intravedere spiragli di luce, eppure è possibile raccontare anche un’Italia diversa. Questa evidenza non è il frutto di mere supposizioni, ma il risultato di dati numerici.

Già lo scorso luglio, un’indagine realizzata da EY e VC Hub Italia sulle startup e sull’ecosistema innovazione mostrava indicatori positivi di diverso tipo: il 58% delle realtà coinvolte ha aumentato il personale, il 32% ha registrato un aumento della domanda, il 27% una crescita dei ricavi, il 62% ha lavorato in smart working senza compromettere la produttività e il 67,5% non ha dovuto sostenere costi aggiuntivi per lo smart working, perché molte erano già preparate a operare con tali modalità.

Ed è di pochi giorni fa l’analisi effettuata da LinkedIn, il social network dedicato ad aziende e professionisti, sulla crescita dei tassi di assunzione a livello nazionale di molti Paesi, tra cui l’Italia. 

Il rapporto LinkedIn hiring rate del network americano prende in considerazione il periodo compreso tra il mese di febbraio e il 17 ottobre 2020, ed evidenzia in Italia, rispetto allo scorso anno, un aumento delle assunzioni dell’8%. In ogni caso, bisogna essere cauti perché è difficile immaginare un miglioramento tale da compensare la crescente disoccupazione del Paese. 

I dati raccolti da LinkedIn mostrano che c’è una richiesta sempre maggiore di Software Engineer, Software Developer e addetti alle vendite, e le competenze più richieste sono Digital Marketing, Data Analysis e Programming.

L’esplosione della pandemia e il conseguente lockdown, in sostanza, hanno accelerato il processo di innovazione che in realtà era inevitabile, ma per abitudine rimandavamo. Questo fenomeno ha avuto un impatto molto forte sul lavoro e sul modo di concepirlo.

Ma non è solo di innovazione che si parla. La capacità di adattamento e il valore umano sono ciò che fanno la differenza in un momento come questo. 

Ciò che ha permesso alle startup di registrare, non senza incontrare ostacoli, numeri positivi sono la fiducia e l’ottimismo che dimostrano verso il futuro. 

Durante l’Internet Governance Forum Italia 2020 (IGF) è emerso che per lavorare nelle imprese italiane sono richieste competenze digitali per 7 assunti su 10 (3,2 milioni di lavoratori), e in questi mesi tanto si è discusso su di esse in termini di “upskilling” e “digital reskilling”, ossia implementazione delle vecchie professioni con nuove competenze digitali e formazione dei lavoratori.

Ma ci si chiede se solo questo possa bastare. 

È vero che la trasformazione digitale è un processo in atto che non ha raggiunto ancora tutti, ma allo stesso tempo è inevitabile che man mano assorba i lavoratori di ciascun settore. In un tale contesto a elevata competitività, le capacità tecnologiche potrebbero non rappresentare più l’elemento distintivo, e diventano indispensabili altre skill.

Il digitale ha innegabili potenzialità che però vanno supportate da una mente capace di proporre soluzioni inusuali, autentiche, discusse, che scongiurino il rischio di un appiattimento. 

Per far questo è fondamentale attribuire un ruolo a scuole e università: la modalità attraverso cui il sistema scolastico opera al fine di formare i professionisti di domani, è decisiva per una generazione come quella dei “nativi digitali”. 

Uno studio condotto dall’AICA (Associazione italiana per l’informatica e il calcolo automatico) sostiene che i nativi digitali utilizzano i dispositivi in modalità tali da essere “entità ricevente, a volte vagamente interattiva, raramente creativa”. Inoltre, l’abbandono sempre più frequente delle postazioni desktop in favore del mobile, seppure rende più presenti le persone nell’ambiente digitale (poiché always-on), al contempo le stimola di meno a una conoscenza approfondita. 

Paradossalmente, pertanto, anche se non hanno dovuto faticare per ricorrere alla tecnologia, allo stesso tempo rischiano di non aver intrapreso un “percorso pedagogico ed esperienziale tale da poter costruire quel budget basilare di competenze che si dovrebbero poter spendere tanto nella scuola quanto nel mondo del lavoro”.

Per formare quei professionisti singolari, curiosi, arguti, di cui le aziende hanno bisogno per diventare “unicorni”, è importante insegnare ai ragazzi un processo, in modo da renderli edotti sui vari tasselli del loro agire digitale, demonizzando lo stile passivo. Occorre potenziare il ricorso alle nuove tecnologie con metodi capaci di stimolare la mente dei ragazzi affinché l’essere nati in un contesto ipertecnologico possa rappresentare un valore aggiunto per la loro vita professionale. 

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