mercoledì, 2 Dicembre, 2020
Cultura

“L’aquilotto insanguinato”, la vita di Corradino di Svevia nel coinvolgente racconto di Lino Zaccaria

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Lino Zaccaria, autore del saggio

È stata un’impresa improba, perché l’evento avvenne a fine del 1200 e le fonti, dirette, sono poche, complice anche l’incendio che ha devastato l’Archivio angioino negli anni della seconda guerra mondiale (era stato per precauzione trasferito a Nola) e che ha distrutto tutto il carteggio dal quale si sarebbero potute ricavare informazioni decisive. Ma a dispetto delle difficoltà della ricostruzione, Lino Zaccaria non s’è perso d’animo e per anni ha scavato alla ricerca di tutto quello che poteva contribuire a far luce sulla tragedia di Corradino di Svevia, l’ultimo esponente della gloriosa dinastia degli Hohenstaufen, sceso in Italia dalla natia Baviera per tentare di riprendersi quel trono che era stato del padre e del nonno, il mai tanto osannato Federico II.

Il generoso tentativo di quel principe ragazzino di soli sedici anni si tradusse in una tragedia immane, che giunse all’epilogo a Napoli, in quella che è oggi piazza Mercato, sotto gli occhi commossi e atterriti di migliaia di cittadini, radunati apposta perché quella decapitazione fungesse da monito.

La scena del patibolo e la descrizione dell’uccisione di Corradino di Svevia sono il “pezzo forte” della ricostruzione che l’autore ha proposto ai lettori con “L’aquilotto insanguinato”, edito da Graus, Napoli. Il saggio si apre con un’introduzione di carattere storico sullo scenario nel quale era maturata tutta la vicenda. Corradino aveva appena poco più di sedici anni. All’inizio la sua sembrava un’avventura votata al successo contro l’usurpatore Carlo d’Angiò, che il Papa aveva insediato sul trono di Napoli. Ma l’impresa era fallita a Scurcola, in Abruzzo. Proprio quando sembrava che il giovane principe potesse avere la meglio al termine di una sanguinosa battaglia campale, il rivale, grazie ad un’abile mossa tattica di un suo vecchio condottiero, era riuscito a prevalere. Corradino, in fuga, era stato catturato sul litorale laziale, tradito dall’anello imperiale che ancora portava al dito. E chi lo aveva catturato, Giovanni Frangipane, lo aveva poi consegnato a Carlo d’Angiò. Un passaggio ancor oggi discusso di questa vicenda: fu Frangipane un traditore nel consegnarlo al re angioino, visto che in passato erano stato fedelissimo degli Svevi?

Questo punto specifico è ampiamente esplorato da Lino Zaccaria, con precise citazioni di quanti si sono schierati per la condanna e di quanti invece hanno assolto il Frangipane. 

Tutta la vicenda si snoda attraverso una sistematica citazione delle fonti, spesso riprodotte in maniera testuale. Una prassi che l’autore ha mutuato dalla sua lunghissima esperienza giornalistica e che, come asserisce nella premessa, deliberatamente ha inteso seguire. Lo sottolinea nella prefazione anche Pietro Gargano: “La scrittura è sorvegliata, semplice, volutamente scarna, perché la ricerca della verità non ha bisogno di abbellimenti di maniera. Eppure queste pagine si leggono in un solo respiro, perché lo stile di un cronista vero è fatto di ritmo, di pause sapienti, di idee incalzanti. Il racconto dell’esecuzione è emozionante, nonostante sia privo di toni truci, di dettagli sanguinolenti, di particolari di fantasia come il guanto di sfida lanciato dal morituro, come l’aquila svolazzante. E’ perfetta l’atmosfera di macabro stadio, con la folla accorsa allo spettacolo della morte, con il tappeto rosso fino al palco del boia, orrenda forma di rispetto fasullo per il condannato”.

Esaurita la ricostruzione storica, dedicato un lungo e significativo passaggio al testo e all’analisi della celebre poesia di Aleardo Aleardi, l’opera si chiude con due “chicche”: l’intervento di Ciro Discepolo che descrive il quadro astrale del protagonista e conclude che era scritto nel destino che dovesse morire tragicamente. E infine con un’intervista ad una medievalista accademica, Gabriella Piccinni. La quale, facendo violenza al suo impulso di “terzietà”, alla fine conclude che fra i due, Corradino e Carlo d’Angiò, la figura del primo è quella verso la quale si indirizza la più naturale simpatia.

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