lunedì, 28 Settembre, 2020
Esteri

Mediterraneo bollente

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Nel Mediterraneo orientale è in corso un confronto tra Grecia e Turchia il cui esito potrebbe provocare importanti conseguenze in tutta l’area. La contesa riguarda il controllo dei giacimenti di gas presenti nella zona. La Turchia, infatti, rivendica per sé il diritto di beneficiare delle risorse presenti in quella zona e per questo motivo ha recentemente intrapreso una serie di attività esplorative volte alla ricerca di gas in acque che il diritto internazionale, sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, riconosce invece come acque territoriali greche e cipriote.

La contesa attuale ruota intorno all’isola di Kastellorizo, una piccola isola ceduta da Mussolini al governo turco ma successivamente attribuita alla Grecia dal Trattato di Parigi del 1947. E’ proprio tale attribuzione che rende le acque di quella zona particolarmente agitate. Infatti l’isola, essendo sottoposta alla sovranità greca, estende la ZEE (Zona Economica Esclusiva) di Atene per 200 miglia marine, rendendola contigua a quella cipriota. Ciò, sempre secondo il diritto internazionale, impedirebbe alla Turchia di sfruttare le risorse presenti nel relativo sottosuolo. Giuridicamente la ZEE rappresenta un’area dove lo Stato costiero può esercitare, in via esclusiva, il controllo su tutte le risorse economiche, sia biologiche che minerali, sia del suolo che del sottosuolo, nonché delle acque sovrastanti. Tuttavia, la reale motivazione dello scontro tra Grecia e Turchia, che solo pochi giorni fa ha visto il livello innalzarsi notevolmente a seguito di un “incidente” avvenuto tra due fregate, la Limnos greca intervenuta per disturbare la nave da esplorazione turca Oruc Reis, e la Kemal Reis turca sopraggiunta a difesa della Oruc Reis, non è solo di natura giuridica ma assume la forma di una partita geopolitica molto importanza per tutta l’area mediterranea.

Ankara, infatti, ha come obiettivo principale quello di impedire la realizzazione del gasdotto EastMed per il quale, recentemente, è stato firmato un accordo preliminare tra Grecia, Cipro e Israele. Il gasdotto, se realizzato, partendo dai giacimenti israeliani, passando per Cipro e Grecia fino ad arrivare in Italia, andrebbe a rifornire vari paesi europei permettendo la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas, diminuendo così la dipendenza da quello azero che viene trasportato in Europa proprio attraverso la Turchia vanificando, inoltre, le ambizioni di Ankara di diventare un hub energetico nel Mediterraneo.  Al fine di contrastare lo sviluppo del nuovo gasdotto, lo scorso novembre Erdogan ha firmato un accordo con al-Sarraj attraverso il quale sono stati ridefinite le rispettive ZEE in cambio di supporto militare e della concessione dei diritti esclusivi di trivellazione.

A tale accordo Grecia ed Egitto hanno risposto, ad inizio agosto, annunciando una ZEE comune a tutela dei propri interessi nella zona. La Libia rappresenta un’altra zona di confronto in cui la Turchia, schierata a favore di Tripoli insieme al Qatar e con il sostegno dell’Italia, cerca di imporre la propria presenza al fine di consolidare sempre di più la sua posizione all’interno dell’area mediterranea, contrapponendosi alla formazione che vede Egitto, Grecia, Russia Arabia Saudita e Francia sostenere il Generale Haftar. E’ in tal senso che deve essere visto il l’accordo di martedì tra Turchia, Qatar e GNA con il quale quest’ultimo avrebbe concesso ad Ankara l’utilizzo del porto di Misurata come base per le navi militari operanti nel Mediterraneo orientale.

La contesa nel Mediterraneo orientale non riguarda però solo i Paesi costieri. Subito dopo l’incidente, l fianco del partner greco si è immediatamente schierata la Francia la quale ha rafforzato la propria presenza navale inviando due navi militari e due caccia Rafale per una esercitazione congiunta con Atene nel Mar Egeo, in coerenza con la propria visione geopolitica nell’area. Con questa mossa Parigi conferma la volontà di irrobustire la propria presenza nella regione, anche a tutela degli interessi energetici nazionali rappresentati dalla Total, in aperto contrasto con Ankara. I due Stati, infatti, oltre ad essere contrapposti in Libia, e ora nell’Egeo, guardano entrambi al Libano sapendo che il Paese dei Cedri rappresenta la porta di entrata per espandere la propria influenza in Medio Oriente. Macron è consapevole di questo e la sua visita a Beirut, subito dopo l’esplosione del 4 agosto, lo testimonia. La partita nel Mediterraneo è ancora tutta da giocare. 

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Redazione

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