venerdì, 14 Agosto, 2020
Il Cittadino

Zaki e la giustizia “serva”

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Il prolungamento fino a settembre del carcere “preventivo” comminato al ricercatore egiziano  dell’Università di Bologna, Patrick George Zaki, arrestato al suo rientro in Egitto, sei mesi fa, induce ad ulteriori riflessioni sulla “giustizia”.

Di Zaki questa rubrica se ne era già occupata domenica 16 febbraio 2020 (“Zaki, noi, le leggi, il potere” che – invito i più curiosi – di andarsi a rileggere), denunciando il sistema barbaro della giustizia di regime e invitando a vigilare anche alle nostre latitudini.

Il pericolo che temevo – e che temo – è che, come da ammonizione dei Vangeli, spesso vediamo il pedicello nell’occhio del nostro vicino e magari sorvoliamo sulla trave nel nostro occhio.

La giustizia amministrata da un giudice autonomo dal potere ed in condizione, in un conflitto tra il potere (quasi sempre rappresentato dallo Stato o da una pubblica amministrazione) e il cittadino, di tutelare quest’ultimo e le sue libertà e prerogative individuali, sono il cardine dello Stato di Diritto. Né è un eccesso di tutela, ritenuto che la libertà di un popolo e, con essa, la democrazia di una nazione sono costituite dall’insieme dei diritti di ciascuna singola persona.

Non c’è dubbio che la giustizia, se asservita al potere, acquista solo una funzione punitiva, uno strumento eccezionale nelle mani del dittatore.

La storia è piena di esempi.

Dà fastidio al potere un uomo chiamato Gesù? Nessun problema, gli si fa un bel processo e in nome della Giustizia lo si condanna alla crocifissione. Oppure: voglio approfittare di un tentativo di colpo di stato, sventato in extremis, quando già ero in fuga su un aereo, per imporre un regime dittatoriale? Nessun problema, prendo non solo gli autori del golpe, ma anche le migliaia di persone (centinaia di giudici autonomi compresi) che hanno dissentito o che mi hanno criticato o che soltanto mi stanno antipatiche e, con migliaia di processi, affidati ad un potere giurisdizionale non autonomo, li faccio arrestare. In nome della Giustizia.

Nell’articolo sopra citato dello scorso febbraio, il punto centrale era la legge.

Avvertivo di come la legge non sempre coincide col Diritto e come fosse facile indignarci di fronte a leggi di ordinamenti diversi dal nostro. Annotando, peraltro, come alcune leggi del nostro Stato – magari dettate da una delle tante emergenze, magari con indulgenza non giudicate incostituzionali perché regolanti un’emergenza (che da noi non finisce mai) – non è che fossero poi proprio un modello…

Oggi, muovendo dal medesimo clamoroso pretesto egiziano (mentre invito a pensare anche alle decine di migliaia di sconosciuti, come Zaki imprigionati perché non graditi al regime), mi pare opportuno mettere in primo piano l’importanza dell’autonomia della magistratura: incrinata, in questa fase, non da prevaricazioni degli altri poteri della tripartizione montesquiana, da tempo completamente inermi di fronte a quello giurisdizionale, ma da sé stessa.

La magistratura nelle sue espressioni non giurisdizionali, che da sindacali si sono trasformate in politiche, tende ad occupare spazi propri dell’esecutivo e finanche a suggerire (per alcuni “imporre”) l’adozione di norme al legislatore, specie in materia penale, spesso sull’onda di un’emergenza vera o presunta, se non addirittura cavalcando un’emozione.

Assecondando tale sua tendenza sono state messe in primo piano le esigenze della magistratura inquirente, a volte anche con soluzioni che travalicano alcune garanzie individuali, a mio sommesso avviso irrinunciabili.

Già soltanto in questo squilibrio tra magistrati inquirenti e giudicanti, v’è un vulnus all’autonomia della magistratura nel suo insieme: che viene percepita come finalizzata più a costituire uno strumento di lotta a qualcosa, piuttosto che un potere autonomo che non è tenuto a combattere nulla, ma ad assicurare solamente una equidistanza, imparzialità e valutazione serena delle prove, senza alcun preconcetto a favore di chi rappresenta lo Stato e contro chi è accusato dallo Stato.

Se non fosse così non si darebbe nessuna differenza tra il giudice di Berlino e quello del Cairo.

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