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Giochi, siamo al guado

venerdì, 24 Luglio 2026
6 minuti di lettura

Man mano che ci avviciniamo alla data fissata per l’esercizio della delega fiscale (ormai manca poco più di un mese al 29 agosto prossimo) si moltiplicano e si susseguono le dichiarazioni e le richieste da parte delle associazioni delle categorie interessate (tutte di tutta la filiera), di molti politici (mai come in questa occasione uniti, seppure con delle differenziazioni, dalla destra alla sinistra a favore dell’attuazione della delega): da istituti di ricerca che seguono il settore da sempre e, persino, “dai cultori della materia”, che sollecitano il governo a varare il testo pervenutogli dal Ministro dell’Economia e delle Finanze sul riordino del gioco fisico e che è fermo ormai da tempo senza che si abbia notizia dell’esito che gli si voglia dare, salvo che verrebbero messe a gara, dopo oltre dieci anni di proroghe, le concessioni attuali, che scadono il 21 dicembre prossimo, senza affrontare la problematica che tutti aspettano da anni venga risolta: la cosiddetta “questione territoriale”.

Eppure alcuni segnali avrebbero dovuto indurre a rispettare i tempi fissati da tempo.

Il primo è quello relativo ad un’eventuale rischio che corre l’Italia di vedersi comminata una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles, avendo la Commissione europea più volte sollevato obiezioni e richiamato il nostro Paese sulle modalità di rinnovo delle licenze e sull’assenza di avvisi pubblici.

Il secondo segnale viene dalla recente Relazione sul Rendiconto generale dello Stato 2025 presentata dalla Corte dei Conti, che dedica un ampio approfondimento all’andamento del settore dei giochi pubblici e alle profonde trasformazioni che stanno interessando il mercato e che ha certificato che il gioco online è arrivato al 60% del mercato, che il gettito è calato e che ci sono meno piccoli operatori e concorrenza.

L’analisi del triennio 2023-2025 mostra chiaramente il progressivo deterioramento del rendimento fiscale del comparto. Nel 2023 il rendimento erariale lordo, cioè il rapporto tra gettito e raccolta complessiva, era pari al 7,9%. Nel 2024 era sceso al 7,3%, mentre nel 2025 si è fermato al 6,9%. Analoga la dinamica del rendimento erariale netto, passato dal 55,9% del 2023 al 50,8% del 2025. Parallelamente cresce la quota di raccolta restituita ai giocatori.

Le vincite rappresentavano l’86% della raccolta nel 2023; nel 2025 hanno raggiunto l’86,8%. Secondo la Corte dei Conti, il fenomeno conferma una tendenza già segnalata nelle precedenti relazioni: i giocatori si stanno orientando sempre più verso tipologie di gioco che offrono probabilità di vincita più elevate e payout più generosi, con effetti diretti sulla capacità del settore di generare gettito per l’Erario.

Per la Corte il 2025 segna il definitivo consolidamento del gioco a distanza. La raccolta online ha superato i 100,8 miliardi di euro, con un incremento del 9,5% rispetto al 2024, arrivando a rappresentare oltre il 60% dell’intero mercato nazionale.

La situazione è diametralmente opposta nel comparto degli apparecchi da intrattenimento. AWP e VLT hanno raccolto 31,483 miliardi di euro, meno di un quinto della raccolta complessiva, ma hanno garantito all’Erario 5,015 miliardi di euro, quasi la metà dell’intero gettito del settore.

Il rendimento erariale lordo degli apparecchi raggiunge il 15,9%, mentre quello netto arriva al 63,9%. Per la Corte il confronto tra skill games e apparecchi evidenzia una delle principali criticità del sistema: il segmento che cresce di più è anche quello che contribuisce meno alle entrate fiscali, mentre il comparto che sostiene maggiormente il gettito continua a perdere peso all’interno del mercato.

La Corte individua un’altra tendenza destinata a influenzare il futuro del settore: la progressiva concentrazione del mercato. Il comparto sta attraversando un riassetto strutturale nel quale pochi grandi gruppi stanno acquisendo operatori di minori dimensioni. Il risultato è una riduzione della concorrenza diffusa e una crescente concentrazione delle concessioni nelle mani di un numero limitato di soggetti. Si tratta di quell’oligopolio che da tempo andiamo denunciando e paventando.

Il terzo segnale arriva dal Rapporto Annuale del 2025 dell’UIF (Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia) che lancia l’allarme su un settore particolarmente a rischio, che è quello dei giochi e delle scommesse, che in Italia rappresenta una componente significativa dell’economia nazionale. Le SOS provenienti dal comparto sono state infatti 10.817 nel 2025, in aumento del 13,3% rispetto al 2024, non sempre affiancato da un miglioramento della loro qualità.

Questa situazione cosi complessa e delicata avrebbe dovuto indurre il decisore politico / isitutizionale a sciogliere tutti i nodi che sono sul tappeto da un ventennio, utilizzando bene e meglio tutte le conoscenze acquisite ed a disposizione.

Non si comprende infatti perché “il decreto potrebbe andare al Consiglio dei Ministri ma senza toccare: distanziometri” e senza modificare “le regole sulle distanze tra punti vendita e luoghi sensibili”, come ha dichiarato il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano intervenuto nel corso della presentazione della “Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze”, contro le quali, giustamente, si spende da tempo sopratutto contro quelle da droghe più o meno leggere.

Mantovano non è un politico qualsiasi, ma ha un ruolo che conta, perché è Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed assai sensibile agli orientamenti del mondo cattolico.

L’ipotesi è dunque di non prendere in considerazione un intervento sulle norme che regolano le distanze minime trai punti di gioco ed i luoghi sensibili perché non rientra nei programmi dell’Esecutivo.

Il Sottosegretario ha comunque lasciato aperta la possibilità che il decreto dedicato al riordino del gioco fisico venga sottoposto all’esame del Consiglio dei Ministri, anche se non conterrà disposizioni destinate a modificare il sistema dei cosiddetti distanziometri.

In pratica un esponente del governo molto vicino a Giorgia Meloni prende le distanze da quanto proposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, secondo il quale, proprio la revisione della disciplina sulle distanze rappresenterebbe uno degli strumenti necessari per consentire l’avvio delle nuove procedure di gara e accompagnare il processo di riorganizzazione della rete dei punti vendita del gioco pubblico sul territorio nazionale.

Probabilmente il MEF non poteva non tener conto nel disegnare la riforma di un parere del Consiglio di Stato del 2019 che poneva come pregiudiziale “la questione territoriale”, senza la risoluzione della quale – affermava il consiglio di Stato – non si può indire una nuova gara nazionale.

C’è dunque un convitato di pietra nella discussione sulla tanto attesa riforma del gioco pubblico in Italia, ed è rappresentato da questo parere del Consiglio di Stato datato 2019 del quale, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, probabilmente non è stato messo al corrente quando ha fatto la dichiarazione che, sul piano politico, forse rassicura gli enti locali, le associazioni no-slot e parte del mondo cattolico, ma che sul piano tecnico e giuridico apre una voragine perché non ha senso una riforma del gioco fisico se non risolverà il problema che, di fatto, impedisce di mandare a gara le concessioni. Cioè se non si definisce definitivamente la cosiddetta “questione territoriale”.

Per comprendere perciò questo cortocircuito, bisogna fare un passo indietro. Attualmente, l’intera rete fisica del gioco legale in Italia (scommesse, bingo, apparecchi) opera in regime di proroga perché le concessioni sono scadute. La riforma del settore è considerata da anni lo strumento normativo indispensabile per poter scrivere le regole dei nuovi bandi di gara e riassegnare i titoli.

Nel marzo del 2019, con Parere n. 01057/2019, l’allora Agenzia dei Monopoli si vide bloccare dal Consiglio di Stato la pubblicazione del bando di gara per le scommesse. I giudici di Palazzo Spada sancirono che lo Stato non poteva mettere a bando delle concessioni, chiedendo agli operatori investimenti e basi d’asta milionarie, in un contesto in cui le leggi regionali e comunali (i distanziometri) rendevano materialmente impossibile l’apertura di agenzie sul 90% del territorio nazionale.

Il Consiglio di Stato definì un simile scenario inaccettabile, poiché avrebbe costretto gli operatori a partecipare a una “gara al buio”, acquistando un diritto dallo Stato che gli enti locali avrebbero poi impedito di esercitare a causa del cosiddetto “effetto espulsivo”.

Torniamo all’oggi. Il Governo annuncia il riordino del fisico, ma dichiara di non voler toccare i distanziometri. Se le normative locali che impediscono l’apertura dei punti vendita restano intatte, ci troviamo esattamente nella stessa situazione bloccante rilevata dal Consiglio di Stato sette anni fa.

Alla luce di questo, l’equazione appare irrisolvibile. Come si comporterà il Ministero dell’Economia?

Le opzioni sul tavolo, in assenza di un intervento sui distanziometri, sembrano portare tutte in un vicolo cieco:

  1. Il bando a rischio ricorsi: Lo Stato potrebbe forzare la mano e pubblicare i bandi scaricando il “rischio territoriale” interamente sui concessionari. Una mossa che verrebbe immediatamente impugnata al TAR dagli operatori, forti proprio del parere del Consiglio di Stato del 2019, paralizzando di nuovo il sistema.
  2. La finta riforma: Si potrebbe varare una riforma “di facciata” che aggiorna regole tecniche e standard tecnologici, ma che, prendendo atto dell’impossibilità di fare le gare, finisce per giustificare l’ennesima proroga (magari pluriennale e onerosa) delle concessioni attuali.
  3. La riduzione del gettito: Bandire una gara in costanza di distanziometri significherebbe veder crollare il valore delle concessioni. Quale imprenditore pagherebbe a prezzo pieno una licenza sapendo di non poter aprire l’agenzia nel proprio Comune? Un danno erariale che il MEF difficilmente potrebbe avallare.

Conclusione: il nodo resta ineludibile.

Il riordino del gioco non è solo una questione etica o di ordine pubblico, ma un’operazione di diritto amministrativo e tutela delle entrate erariali. Il parere del Consiglio di Stato del 2019 ha stabilito un principio di logica giuridica ineludibile: non si vende ciò che non si può consegnare.

Promettere una riforma del gioco fisico senza disinnescare la giungla dei distanziometri significa ignorare questo principio. E significa, con ogni probabilità, condannare il settore del gioco pubblico legale italiano a vivere in un limbo fatto di eterne proroghe, a rischio di infrazioni europee, lasciando intatto quel caos normativo che la riforma stessa avrebbe dovuto eliminare.

Riccardo Pedrizzi

Riccardo Pedrizzi

Presidente Nazionale del CTS dell'UCID

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