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L'Europa nella trappola della polarizzazione

L’Europa nella trappola della polarizzazione

Sovranismo ingerenze esterne e difesa democratica
venerdì, 25 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Alla fine dell’Ottocento Gustave Le Bon descriveva la folla come uno spazio nel quale l’individuo perdeva parte della propria capacità critica, lasciandosi guidare da emozioni e parole ripetute. Oggi la piazza si è trasferita anche nella rete. La folla digitale si forma attorno a un video, a uno slogan, a una paura o a un nemico riconoscibile e può essere mobilitata in pochi minuti.

La tecnologia non ha inventato la demagogia, ma le ha offerto una potenza nuova. Le piattaforme misurano le reazioni, selezionano i contenuti capaci di trattenere l’attenzione e accelerano la circolazione dell’indignazione. Ne nasce la polarizzazione affettiva: l’avversario politico non è più una persona con idee diverse, ma diventa moralmente sospetto, quasi un nemico della comunità.

È su questo terreno che prosperano populismo e sovranismo. Non sono la stessa cosa né sono sempre antidemocratici. Il primo contrappone il popolo autentico alle élite considerate corrotte; il secondo rivendica il primato della nazione. Entrambi incontrano la demagogia quando riducono problemi reali a spiegazioni uniche, indicano un colpevole e promettono soluzioni immediate. Il disagio non viene inventato: viene selezionato e orientato.

Per l’Europa il rischio è particolarmente serio. L’Unione riunisce lingue, memorie storiche, interessi nazionali e condizioni economiche differenti. Questa pluralità è la sua ricchezza, ma costituisce anche un insieme di fratture che possono essere amplificate. Chi vuole impedire all’Europa di diventare un soggetto politico più coeso non deve creare le divisioni: gli basta esasperarle, trasformando ogni mediazione in una resa e ogni interesse comune in un sopruso imposto da Bruxelles.

Le minacce ibride si muovono precisamente in questa zona grigia. Propaganda, disinformazione, pressione economica, attacchi informatici, finanziamenti opachi e reti di influenza possono concorrere allo stesso risultato: indebolire la fiducia nelle istituzioni e convincere i cittadini che nessuna decisione comune sia possibile. Non occorre conquistare un governo. Può essere sufficiente rendere l’Europa lenta, litigiosa e incapace di agire sulla difesa, sull’energia, sulle migrazioni e sulla politica estera.

Sarebbe ingenuo immaginare l’azione esterna e il sovranismo interno come mondi che si ignorano. Non ogni forza sovranista riceve sostegni stranieri e una coincidenza non dimostra una regia comune. Ma quando gli obiettivi convergono ciascuno può sfruttare le mosse dell’altro. Possono nascere affinità ideologiche, reciproche legittimazioni, narrazioni comuni, canali di dialogo e collaborazioni più strutturate. Le democrazie devono verificare finanziamenti, relazioni e reti di influenza senza inventare colpevoli, ma anche senza ignorare gli indizi.

La risposta, quindi, non può essere soltanto un appello morale alla moderazione. All’interno occorre sottrarre alla demagogia il monopolio dello scontento, riconoscere i problemi concreti e giudicare le proposte in base ai costi e alle conseguenze. Ridicolizzare i leader populisti o disprezzarne gli elettori spesso rafforza il vincolo identitario che si vorrebbe spezzare. La moderazione efficace non è debolezza: difende le regole, contesta le falsità e accetta la legittimità dell’avversario finché l’avversario accetta quella delle istituzioni.

All’esterno serve una difesa europea ferma e coordinata: trasparenza dei finanziamenti politici, protezione delle infrastrutture informative ed elettorali, cooperazione tra intelligence e magistrature, pluralismo dei media e alfabetizzazione digitale. Bisogna soprattutto vigilare sulla zona nella quale pressioni esterne e movimenti interni possono incontrarsi. Chi conduce operazioni ostili reagisce alle contromisure cambiando intermediari e tecniche: la difesa non può essere statica.

La democrazia non si protegge cancellando il conflitto, ma impedendo che diventi odio organizzato. L’Europa deve saper distinguere il dissenso legittimo dal progetto di paralizzarla, senza trasformare la sicurezza in censura. Non ogni coincidenza prova un accordo; ogni convergenza significativa, però, merita attenzione, trasparenza e verifica. La moderazione all’interno e la fermezza verso le ingerenze non sono alternative: insieme costituiscono una strategia di sicurezza democratica.

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