Nel maggio scorso, riflettendo sulla «trappola di Tucidide» e sulle paure reciproche tra Cina e Stati Uniti, ponevo una domanda: la competizione tra una potenza dominante e una potenza in ascesa è destinata a trasformarsi in guerra? In un secondo articolo osservavo che proprio la consapevolezza dei danni di un conflitto avrebbe potuto spingere Washington e Pechino a contenerne i rischi. Il vertice del 24 settembre alla Casa Bianca offre l’occasione per tornare su quella domanda. Non fornisce una risposta definitiva, ma alcuni segnali meritano attenzione.
La volontà di dialogo tra Usa e Cina
Secondo il resoconto diffuso dal ministero degli Esteri cinese, Xi Jinping ha richiamato l’obiettivo di una relazione di «stabilità strategica costruttiva», già enunciato durante l’incontro di maggio. Ha parlato di cooperazione, competizione entro limiti gestibili e divergenze da governare. Donald Trump, sempre secondo quel resoconto, ha sostenuto la prosecuzione del dialogo economico e di quello sull’intelligenza artificiale. Le delegazioni commerciali avrebbero raggiunto una nuova intesa, i cui contenuti richiedono però una verifica più precisa prima di valutarne gli effetti.
Il fatto è la volontà dichiarata di continuare a parlarsi. La mia interpretazione è che entrambe le leadership vedano un interesse concreto nell’impedire che la rivalità sfugga al controllo. Chiamo questa possibile linea bipolarismo pragmatico: due potenze che non rinunciano a competere, ma cercano strumenti per contenere il costo degli errori. È una tendenza da osservare, non ancora un nuovo ordine internazionale consolidato.
Tra interdipendenza economica e rischi tecnologici
Durante la Guerra fredda, la deterrenza nucleare rese evidente che uno scontro diretto poteva comportare conseguenze catastrofiche per entrambi i contendenti. Oggi alla dimensione militare si aggiunge una fitta rete di dipendenze economiche e tecnologiche. Terre rare, semiconduttori, mercati, investimenti e catene di approvvigionamento offrono a ciascuna parte strumenti di pressione; il loro uso indiscriminato danneggerebbe anche chi li impiega e avrebbe ripercussioni sul resto del mondo.
Si potrebbe parlare, per analogia, di una MAD geoeconomica. L’analogia ha però un limite essenziale: una crisi commerciale non produce gli effetti immediati e simmetrici di uno scambio nucleare. Una leadership potrebbe calcolare di sostenere le perdite meglio dell’avversario, o sottovalutarne le conseguenze. L’interdipendenza, da sola, non garantisce la pace. Può incoraggiare la prudenza, ma può anche diventare un’arma.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale aggiunge un’altra ragione per comunicare. Prima del vertice, gli Stati Uniti hanno proposto un meccanismo di notifica per incidenti legati all’IA con possibili conseguenze sulla sicurezza nazionale. Nel resoconto cinese dell’incontro compare la disponibilità a proseguire il dialogo sui rischi e sui benefici di questa tecnologia. Non risulta, da questi elementi, che il meccanismo sia già stato istituito. Il passaggio dalla proposta a regole operative sarebbe significativo: in una crisi, capire rapidamente se un’anomalia è un attacco, un incidente o un errore può evitare decisioni irreparabili.
Difficoltà interne e dossier internazionali
Anche le difficoltà interne favoriscono, almeno per ora, la cautela. Washington deve conciliare competizione tecnologica, rilancio industriale e sostenibilità delle proprie scelte economiche. Pechino deve difendere crescita, occupazione e stabilità sociale mentre affronta una trasformazione del proprio modello produttivo. Nessuna delle due leadership ha un interesse evidente in una crisi fuori controllo. Ma da questa valutazione non discende che interessi e obiettivi siano diventati comuni.
Lo si vede nei dossier internazionali. I due presidenti hanno discusso, secondo Pechino, del Medio Oriente e della guerra in Ucraina. Averne discusso non significa aver concordato come risolverli. La Cina potrebbe esercitare un’influenza utile su alcuni partner; misura e volontà di impiegarla andranno giudicate dai fatti. Taiwan resta una prova ancora più severa. Xi ha ribadito la posizione cinese e chiesto agli Stati Uniti prudenza; l’isola conserva le proprie istituzioni e i propri interessi di sicurezza. Qualunque distensione tra Washington e Pechino sarà fragile se la sicurezza di Taiwan verrà trattata soltanto come una leva negoziale.
Il vertice, dunque, non dimostra che la trappola di Tucidide sia stata superata. Mostra che le due potenze riconoscono almeno la necessità di governare la rivalità. Per capire se siamo davanti a una svolta bisognerà verificare i termini delle intese commerciali, l’eventuale istituzione di canali operativi sull’IA e, soprattutto, il comportamento delle parti quando sorgerà la prossima crisi.
Resta una ragione di speranza, che considero seria proprio perché non richiede di ignorare i pericoli: la storia non obbliga le potenze a trasformare ogni paura in guerra. La prudenza può nascere anche dal riconoscimento dei propri limiti. Se Washington e Pechino sapranno tradurre questa consapevolezza in regole, comunicazioni affidabili e rispetto degli interessi degli altri Paesi coinvolti, la competizione potrà restare intensa senza diventare una catastrofe. È un risultato possibile; spetta ancora alla politica costruirlo.





