Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso quasi 550 mila giovani tra i 15 e i 34 anni. La contrazione, pari al 4,3 per cento tra il 2015 e il 2025, deriva dalla crisi demografica che coinvolge il Paese e solleva interrogativi sulla tenuta del mercato del lavoro, del sistema pensionistico e della sanità. L’Ufficio studi della Cgia richiama l’attenzione su un passaggio decisivo: entro il 2029 quasi tre milioni di lavoratori abbandoneranno fabbriche, uffici e attività autonome per raggiunti limiti di età o anzianità contributiva. Il ricambio generazionale pone quindi una questione destinata a occupare il dibattito economico e sociale: chi prenderà il posto di chi andrà in pensione?
Secondo le previsioni del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere-Anpal, tra il 2025 e il 2029 il mercato perderà poco più di 1,6 milioni di dipendenti privati, 768.200 addetti pubblici e 665.500 autonomi. La maggior parte appartiene alla generazione dei baby boomer.
Immigrazione, una risposta solo parziale
Le piccole imprese scontano già oggi le difficoltà maggiori. La loro capacità di attrarre giovani resta inferiore rispetto a quella delle aziende più grandi, mentre per molti imprenditori reperire personale qualificato assume i contorni di una missione quasi impossibile. Le tensioni più forti interesseranno la Lombardia, dove le uscite dei dipendenti privati incideranno per il 64,6 per cento sul totale regionale; seguiranno l’Emilia-Romagna, con il 58,6 per cento, e il Veneto, con il 56,5. L’arrivo di lavoratori stranieri non colmerà da solo i vuoti occupazionali prodotti dall’invecchiamento. Nel breve periodo, però, nuovi ingressi extracomunitari possono offrire un sostegno, purché la preparazione inizi nei Paesi di origine.
Il modello richiamato dal Piano Mattei prevede corsie preferenziali nelle quote per chi frequenta corsi di lingua italiana e ottiene una qualifica coerente con le competenze richieste dalle imprese. Alle aziende spetterebbe invece il compito di assicurare contratti stabili e un aiuto concreto nella ricerca di alloggi dignitosi a prezzi accessibili.
Pensioni, conti sotto pressione
L’invecchiamento della popolazione esercita effetti anche sulla previdenza. Le proiezioni di Istat e Ministero dell’Economia e delle Finanze collocano la spesa pensionistica al 15,4 per cento del Pil nella fase attuale. La quota salirebbe fino a circa il 17 per cento intorno al 2040, poi ridiscenderebbe sotto il 14 per cento entro il 2070. Le stime di lungo periodo conservano margini di errore, ma il sistema sembra in grado di reggere. Il nodo principale riguarda piuttosto il valore futuro degli assegni. Carriere discontinue e retribuzioni basse rischiano di tradursi, per i giovani di oggi, in pensioni insufficienti rispetto a una vita dignitosa.
La limitata adesione alla previdenza complementare impone una scelta tempestiva. Una possibile soluzione consisterebbe in un risparmio previdenziale nominativo presso l’Inps, su base volontaria. Questo strumento consentirebbe ai lavoratori di costruire una rendita integrativa e rafforzare la sicurezza economica nella vecchiaia.
Sanità, il peso crescente degli over 65
Il fronte sanitario presenta prospettive ancora più complesse. Gli over 65 rappresentano circa un quarto della popolazione italiana e assorbono, secondo le stime riportate, quasi il 60 per cento della spesa sanitaria nazionale. Entro il 2050 questa fascia raggiungerà circa il 35 per cento degli abitanti. L’aumento spingerà verso l’alto i costi sanitari, sociali e legati alla non autosufficienza. Un progresso nell’aspettativa di vita in buona salute potrebbe attenuare la pressione, oggi aggravata da una media ferma a 58,1 anni.
Il confronto con gli altri principali Paesi dell’Unione europea accentua la debolezza italiana. Tra il 2015 e il 2025 l’Eurozona segna una flessione media dello 0,4 per cento nella fascia tra i 15 e i 34 anni. La Germania arretra dell’1,8 per cento, mentre Francia, Spagna e Paesi Bassi mostrano variazioni positive.
Calabria e Sardegna al centro dello spopolamento
La Francia cresce dell’1,6 per cento, la Spagna avanza del 5,3 e i Paesi Bassi balzano dell’11,5. L’apporto migratorio contribuisce in misura rilevante a questi risultati. In Italia la popolazione tra i 15 e i 34 anni mantiene dal 2023 una consistenza di circa 12,1 milioni di persone. Le proiezioni indicano 11,8 milioni nel 2035 e 10,1 milioni nel 2045: quasi due milioni di giovani in meno rispetto al livello attuale.
La Calabria guida la graduatoria regionale delle contrazioni, con un calo del 18 per cento e quasi 85 mila giovani in meno. La Sardegna segue con una riduzione del 17,2 per cento, pari a 59.070 unità, mentre la Basilicata occupa il terzo posto con il 16,6 per cento e 21.905 residenti under 35 in meno.
Altri numeri
Alcune regioni del Centro-Nord presentano invece un andamento opposto, sostenuto dall’aumento degli stranieri e dai trasferimenti dal Mezzogiorno. La Liguria guadagna il 4,6 per cento, pari a 12.464 giovani; la Lombardia aggiunge il 4,9 per cento, con 98.916 unità; l’Emilia-Romagna incrementa la propria fascia giovanile dell’8,4 per cento, cioè 70.438 persone. A livello provinciale, il Sud Sardegna mostra la perdita più ampia: meno 24 per cento e 17.905 giovani in meno. Oristano accusa un arretramento del 22,7 per cento, Isernia cede il 20,8 e Reggio Calabria subisce una flessione del 19,5.
In controtendenza figurano 41 province su 107. Trieste consegue un aumento del 10,7 per cento, Gorizia conquista l’11 per cento e Bologna realizza il risultato migliore, con un incremento del 14 per cento e 25.868 giovani in più.





